L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetta ai rumeni. Saranno i cittadini stessi, attraverso un referendum, a dire sì o no alla destituzione del capo di Stato. Ieri con 256 voti a favore su 432, il Parlamento a maggioranza di centrosinistra ha dato il via libera alla sospensione del presidente dal suo incarico con l’accusa di abuso di potere, di aver violato la Costituzione e di aver usurpato le prerogative del primo ministro mettendo in atto le misure di austerità concordate con il Fondo monetario internazionale. La consultazione popolare è stata fissata per il 29 di luglio, ha annunciato il presidente del Senato (da appena una settimana) e da ieri capo di Stato ad interim, Crin Antonescu.

Si saprà allora, dopo tre mesi di coabitazione tutt’altro che tranquilla, l’esito dello scontro al vertice rumeno tra il presidente conservatore e il primo ministro socialdemocratico, Victor Ponta. Già nel 2007 Basescu fu sospeso e dovette passare per il voto popolare, strappando una vittoria e venendo rieletto per un secondo mandato nel 2009. Questa volta per l’ex comandante di nave su cui pesano accuse di nepotismo e razzismo per le sue frasi contro i rom, affrontare la tempesta sarà più difficile.

Sia per il malcontento dei rumeni colpiti dalla recessione e dall’austerity imposta dai patti con l’Fmi e con la Ue sia per l’abolizione del quorum nel referendum, votata dalla maggioranza social-liberale che sostiene Ponta e che non comporta più la partecipazione del 50 per cento più uno degli aventi diritto per convalidare la consultazione.

Nominato il 7 maggio scorso dopo la caduta dell’esecutivo guidato da Mihai Razvan Ungureanu, Victor Ponta è il terzo premier rumeno dall’inizio dell’anno. L’unico però non deferente davanti al potente capo di Stato con cui si è scontrato più volte negli ultimi mesi con decisioni che hanno allarmato Europa e Stati Uniti per la tenuta democratica del Paese.

È il caso della rimozione la scorsa settimana dei presidenti di Camera e Senato considerati troppo vicini a Basescu. O con l’aver messo in mano al governo sia la pubblicazione della Gazzetta ufficiale, facendo temere per possibili blitz nell’approvazione delle leggi, sia alcuni poteri prima prerogativa della Corte costituzionale, a sua volta accusata di essere troppo accondiscendente con il centro-destra.

È proprio sulla giustizia che si basa lo scontro tra i due schieramenti, con il centro-sinistra che a fine giugno bollava come politica la sentenza della cassazione che condannava in via definitiva a due anni di reclusione l’ex primo ministro socialdemocratico Adrian Nastase. che prima di essere condotto in carcere ha tentato il suicidio sparandosi all’altezza del collo. L’ex premier, al governo tra il 2000 e il 2004, era accusato di aver raccolto 1,45 milioni di euro in fondi neri per la sua campagna elettorale. Circostanza sempre negata motivando le accuse con la sua dura opposizione alle politiche di Basescu.

Lo lotta politica in corso a Bucarest si fa sentire fino a Bruxelles. Ieri con un messaggio su Twitter, il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, ha annunciato di voler convocare Ponta e Basescu per chiarire la faccenda, arrivata fino alla capitale europea con lo scontro tra i due su chi dovesse rappresentare la Romania nel vertice dei capi di Stato e di governo della scorsa settimana. Mentre il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha chiamato personalmente il premier rumeno, che la prossima settimana sarà a Bruxelles, per esprimere la propria preoccupazione, in particolare per l’indipendenza della Corte Costituzionale.

Tra i corridoi del Parlamento europeo, scrive il sito EuObserver, non si esclude l’ipotesi di sospendere il diritto di voto di Bucarest in sede europea. Si tratterebbe di applicare l’articolo 7 del trattato sull’Unione europea che lo prevede in caso di “violazione grave e persistente” dei valori dell’Unione come il rispetto della libertà, della democrazia e dei diritti umani. Nei mesi scorsi si era ipotizzato di applicare la misura all’Ungheria di Viktor Orban. Per adesso esiste un solo precedente che risale al 2000, quando la destra di Joerg Haider arrivò al governo in Austria.

di Andrea Pira