L’occhio del ciclone dei combattimenti in Siria si è spostato dalla capitale Damasco alla seconda città del paese per importanza, Aleppo, la Grigia, come viene chiamata dai suoi abitanti o la Capitale del nord. I cieli di una delle più antiche città del mondo, il cui centro storico è patrimonio mondiale dell’Unesco sono stati solcati martedì pomeriggio dai caccia dell’aviazione militare di Damasco, secondo quanto hanno raccontato i gruppi della resistenza armata. Il loro racconto è stato confermato da abitanti di Aleppo raggiunti direttamente.

Oggi sono ripresi violenti i bombardamenti dell’artiglieria governativa sui quartieri meridionali di Damasco, dove sono asserragliati i ribelli anti-regime, come hanno riferito all’Ansa testimoni oculari raggiunti telefonicamente. Le fonti precisano che i quartieri più colpiti sono Assali, Qadam e Hajar al Aswad. 

Una situazione che ha portato oggi la Turchia a chiudere “per motivi di sicurezza” tutti i valichi di frontiera, anche se permetterà l’ingresso ai profughi in fuga dal conflitto tra le forze di sicurezza di Bashar al-Assad e i ribelli. Nella notte altri 300 profughi siriani sono entrati in Turchia, per lo più dai sentieri usati dai contrabbandieri portando a 43mila i profughi dall’inizio della rivolta 16 mesi fa. Mentre la tensione sale alle stelle sono arrivate da Mosca dure accuse a Washington. Secondo il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, gli Stati Uniti avrebbero nei confronti di Damasco e della controffensiva dell’opposizione un atteggiamento “che giustifica il terrorismo”.

A metà giornata erano già 45 i nuovo morti accertati in Siria a causa dei combattimenti tra lealisti e ribelli, e della repressione scatenata dal regime nei confronti dei dissidenti, veri o presunti. I dati sono quelli dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, organizzazione dell’opposizione in esilio con sede in Gran Bretagna, secondo cui nella maggior parte dei casi si tratta di civili.

Gli attacchi ad Aleppo. Per la prima volta in diciassette mesi di repressione, l’aviazione ha colpito alcune zone nella parte est della città, tra cui il quartiere di Tariq al-Bab, che erano state bersagliate nel corso della giornata di ieri anche da un pesante fuoco di artiglieria. Moltissimi civili (Aleppo ha due milioni di abitanti) stanno rintanati in casa per evitare di essere presi tra i combattenti del Free Syria Army e l’esercito regolare. Attorno alla città vecchia, ci sono stati duri combattimenti, con i miliziani del Fsa che stanno cercando di bloccare l’offensiva dell’esercito regolare, le cui truppe sono appoggiate anche da elicotteri d’assalto. Diversi tank dell’esercito sarebbero stati bloccati dalla reazione dei combattenti del Fsa, le cui forze contendono alle truppe governative il controllo di diversi quartieri della città, in particolare dell’area di Sakhour.

Il peggio, però, deve ancora arrivare. Sono stati infatti confermati i massicci movimenti di truppe dell’esercito regolare, denunciati ieri dai gruppi di opposizione. Verso Aleppo si stanno muovendo da Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, per convergere sulla città. Non è ancora chiaro quale sia la precisa entità dello spostamento, ma secondo quanto ha detto all’Afp, Abdel Jabar al-Oqaidi, portavoce del comando militare dell’Fsa, potrebbero essere migliaia di soldati.

Ieri l’esercito era intervenuto anche per sedare una rivolta nella prigione di Aleppo, dove almeno otto detenuti, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, (13 secondo altre fonti) sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza. In tutto il paese, martedì i morti sono stati almeno 110, secondo le cifre fornite dai Comitati locali di coordinamento. La rivolta nel carcere, secondo il Fsa, avrebbe dovuto essere il primo passo “verso la liberazione di Aleppo”, e una rivolta sarebbe scoppiata anche nella prigione di Homs. Ad Hama, venti civili sono stati uccisi durante un funerale, e sulla frontiera con l’Iraq l’artiglieria governativa ha bersagliato la zona del valico di Bukamal, controllato dai ribelli. Centinaia di civili hanno attraversato la frontiera con l’Iraq per sfuggire al cannoneggiamento.

Per il regime di Assad, ieri è stato un altro giorno di repressione sanguinosa ma anche di defezioni. L’incaricata d’affari del governo siriano a Cipro, Lamia al-Hariri ha lasciato il suo posto ed è passata con l’opposizione. Lamia al-Hariri è la nipote del vicepresidente siriano Faruk al-Sharaa, ed è il terzo diplomatico siriano ad abbandonare il regime, dopo l’ambasciatore in Svezia, Bassam Imadi, e quello in Iraq, Nawaf Fares. E’ stato lo stesso Imadi a dare la notizia della defezione della sua collega, annunciando che anche altri rappresentanti del governo siriano, tra cui gli ambasciatori in Germania, Repubblica ceca e Bielorussia sono pronti a mollare il governo.

Intanto, il generale Manaf Tlass, già stretto collaboratore di Assad e figlio di un ex ministro della difesa, che aveva disertato pochi giorni fa, ha lanciato un appello dalle telecamere dell’emittente al Arabiya. L’ex generale, finora l’ufficiale più importante a passare di campo, si è rivolto ai suoi ex commilitoni: “Mi rivolgo a voi come un figlio dell’esercito arabo siriano – ha detto Tlass – che ha rifiutato i crimini di questo regime corrotto. Le persone onorevoli nell’esercito non devono accettare questi crimini”.

La tv di stato siriana ha trasmesso invece le immagini dei soldati che pattugliano i quartieri della capitale Damasco dove si è combattuto duramente nei giorni scorsi. Secondo le opposizioni, però, la situazione a Damasco non è del tutto normalizzata e operazioni militari delle truppe governative sono in corso in diversi quartieri tra cui Kaddam e al-Assali, dove secondo l’Osservatorio, ci sarebbero stati anche arresti sommari e perquisizioni casa per casa.

Secondo la Croce rossa internazionale, sono migliaia gli abitanti di Damasco che non possono tornare alle proprie case: “Per quanto la situazione si sia in qualche modo calmata, in alcune zone della città, la vita non è tornata alla normalità – ha detto Marianne Gasser, capo della delegazione della Croce rossa internazionale in Siria – Le persone che hanno lasciato le proprie case vogliono solo tornarci, ma per molti purtroppo non è stato ancora possibile”.

E mentre Hillary Clinton ha invitato Assad a considerare che “non è ancora troppo tardi per cominciare a pianificare una transizione per trovare un modo per fermare la violenza”, avvisando però che “la situazione sta evolvendo rapidamente”, in Arabia saudita è stata lanciata una colletta nazionale per finanziare i “fratelli” siriani. La raccolta fondi, che durerà fino a venerdì, ha già fruttato l’equivalente di 32 milioni di dollari, mentre la Lega araba ha stanziato 100 milioni di dollari per i rifugiati siriani e l’Unione europea ha aumentato a 63 milioni di euro gli aiuti per i profughi che sono scappati in Libano, Turchia, Iraq e Giordania.

di Joseph Zarlingo