La Sicilia rischia di diventare “la Grecia del Paese” perché “il modello siciliano ha come elementi principali l’utilizzo disinvolto delle assunzioni pubbliche spesso sotto forma di precari, di forestali, di corsi di formazione che non hanno mai formato nessuno. Tutto trasformato in un grande bacino elettorale che ha creato degrado civile e ha compresso la crescita economica”. In un’intervista sul Corriere della Sera, Ivan Lo Bello, fino a marzo presidente e oggi vice di Confindustria Sicilia, lancia l’allarme sul rischio default della regione che con cinque miliardi di euro di buco certificati dalla Corte dei Conti è sull’orlo del fallimento. 

Per risollevare la situazione siciliana “serve avviare un’operazione verità. Primo: scuotere dal torpore i siciliani, a cominciare dai dipendenti regionali e dai pensionati della stessa Regione che saranno i primi a trovarsi senza stipendio in caso di crollo. Nessuno lo dice. Bisogna cominciare a spiegarlo”. Per il risanamento è indispensabile che il governo Monti metta “mano ai conti della Regione, controllando un bilancio reso non trasparente da poste dubbie e residui inesigibili”. Gli sprechi, a partire dai 20mila dipendenti regionali, che “non si rendono conto del rischio che corrono”, sono “effetto di una autonomia che ha finito per danneggiare tutti e tutto” e “se fossimo stati controllati dallo Stato noi siciliani non avremmo oggi 30mila precari e 30mila forestali”. Un’autonomia peraltro “concessa nel dopoguerra, in condizioni storiche e politiche ormai lontanissime, ma utilizzata da scriteriate classi dirigenti per garantire a se stesse l’impunità”. 

Quelle di Lo Bello sono considerazioni che arrivano a pochi giorni dalla promessa del governatore Raffaele Lombardo di dimettersi il prossimo 31 luglio, ma non si tratta di “bordata elettorale”. Il vice di Confindustria infatti chiarisce: “Noi abbiamo varato un codice etico che impedisce al sottoscritto e agli altri di candidarsi a qualsiasi competizione elettorale se non decorsi tre anni dalla scadenza del mandato. Ho lasciato a marzo la guida di Confindustria Sicilia. Noi siamo persone serie: se abbiamo un codice etico lo rispettiamo. Adesso ci interessa far capire che il problema non è solo la politica, ma l’indipendenza e l’autonomia della classe”.