Dazi Usa su acciaio e alluminio, “metà dell’export europeo rischia di essere colpito da tariffe più alte”
Mentre Bruxelles si prepara ad affrontare il nuovo aumento dei dazi sulle auto Ue annunciato l’1 maggio da Donald Trump, anche le nuove tariffe su acciaio, alluminio e rame ridefinite in aprile rischiano di mettere a dura prova l’export del Vecchio continente. Politico, citando più fonti europee, scrive che secondo una prima valutazione della Commissione europea, quasi la metà delle esportazioni dell’Ue contenenti acciaio e alluminio rischia di essere soggetta a dazi statunitensi più elevati perché basati sul valore totale dei prodotti anziché sul loro contenuto di metalli.
Il nuovo approccio – spiega la testata brussellese – ha ridotto il valore complessivo delle esportazioni dell’Ue interessate dai dazi da 67 miliardi di euro a circa 52 miliardi all’anno. Ma, su quel totale ridotto, circa 23 miliardi di euro di esportazioni sono considerati un “mix eterogeneo” che, secondo i funzionari, potrebbe essere soggetto a dazi più elevati in base alle nuove norme. I dazi sull’acciaio e alluminio imposti da Trump hanno, come appiglio legale, la sezione 232 del Trade Expansion Act che permette al presidente degli Stati Uniti di imporre dazi o restrizioni sulle merci importate qualora la loro quantità o le circostanze in cui si trovano minaccino la sicurezza nazionale. Non sono dunque stati dichiarati illeciti dalla Corte suprema come quelli reciproci introdotti invocando l’International Emergency Economic Powers Act del 1977.
Sulla base di quella sentenza sono partite molte richiesta di rimborso anche da parte del settore auto. Che però lunedì vedrà scattare l’aumento dei dazi annunciato a sorpresa dal presidente. Il presidente di Anfia Roberto Vavassori ha anticipato che penalizzerà soprattutto la componentistica italiana, che passa per la Germania, e le due case Ferrari e Lamborghini che producono nella Motor Valley italiana. Non c’è impatto su Stellantis che esportava negli Usa delle vetture Chrysler prodotte a Melfi, un canale che però ora “si è prosciugato”. Il danno è indiretto: “Noi esportiamo componenti verso i tedeschi che poi a loro volta esportano veicoli completi verso gli Usa. Quantificare in modo attento l’impatto non è facile. A fronte di un saldo di esportazione di componentistica di oltre 5 miliardi ne inviamo 1,2 miliardi verso la Germania e temo che l’impatto sarà di qualche decina di punti percentuali su quest’ultimo importo. In parte, però, la diminuzione è già avvenuta ed è da vedere quanto è già stato scontato”. Il problema principale è l’incertezza. “Solo sulle auto abbiamo finito una tornata negoziale non da poco e ora si torna da capo. L’alleato ha comportamenti discontinui”.