Da circa un mese assistiamo a un dibattito all’interno del movimento LGBT – ma non solo – in relazione all’opportunità di riconoscere alle coppie gay e lesbiche una forma di unione. Al riguardo, parte del movimento ha proposto un progetto di legge di iniziativa popolareUna volta per tutti” volto all’introduzione, in Italia, delle unioni civili, del patto civile di solidarietà e di una minima regolamentazione delle cosiddette – espressione orribile – “coppie di fatto”. Qui il testo del progetto.

Questa iniziativa ha molti sostenitori, parte dei quali ritengono che discutere sulle unioni civili anziché sul matrimonio eviti in qualche modo di scatenare l’opposizione dei cattolici (sempre che esista in Italia una categoria di cittadini degna di questo nome) e/o della Chiesa cattolica. Essa, però, ha anche molti oppositori, tra cui Rete Lenford Avvocatura per i diritti LGBT, della quale faccio parte, che in un comunicato stampa ha ribadito il proprio no all’iniziativa.

Sono sicuro che molti saranno d’accordo con il progetto di legge. Ci siamo sentiti dire troppe volte frasi come: “in effetti perchè proprio il matrimonio?” oppure “Riconoscere le coppie dello stesso sesso ok, è una cosa, ma il matrimonio…” o, infine, “Non si può estendere il matrimonio alle coppie gay, perchè esso ha un significato proprio, così si snaturerebbe”, e così via.

Nessuna di queste affermazioni, che non vengono dai cittadini ma dalla loro “pancia”, ha il minimo pregio.

Anzitutto, non può non notarsi che l’iniziativa è tardiva, inutile e tutto sommato distante dalla realtà.

Negli altri Paesi, infatti, anche in quelli molto vicini al nostro culturalmente, come la Spagna, o geograficamente, come la Francia, il matrimonio same-sex è una realtà. In Spagna lo è dal 2005, come lo è in Paesi che hanno una tradizione democratica ben più giovane della nostra, come il Portogallo. Lo è in Francia, o lo sarà presto, ove il governo ha annunciato che provvederà entro un anno, adozioni incluse. Mi chiedo dove siamo noi italiani.

Delle due l’una: o tutti gli altri Paesi europei hanno perso tutto d’un tratto il senno, oppure siamo noi che siamo rimasti indietro. Molto indietro. In un momento dove persino i conservatori inglesi affermano che il matrimonio same-sex rafforzerebbe la famiglia e quindi la società, noi siamo ancora a discutere la forma di riconoscimento meno idonea a turbare gli animi di persone e gruppi che fanno dell’omofobia e dell’omonegatività la loro bandiera, sperando che non vi si oppongano.

In secondo luogo, vi è un’aberrazione giuridica nella formula dell’unione civile, che rende la relativa opzione politica insulsa e, in ultima analisi, dannosa.

Il problema centrale del matrimonio è la dignità che esso conferisce alla coppia. Le persone che possono sposarsi hanno una dignità in più rispetto alle altre.

Dignità che, checché ne dica la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, non dipende dal fatto di essere – come dice il Papa – “aperta alla vita“, cioé potenzialmente procreativa, bensì dall’assunzione di responsabilità reciproca che la caratterizza e la fonda. Non è vero, quindi, che il matrimonio e/o la “famiglia”, come si legge in una (francamente preoccupante) intervista al Prof. Alberto Gambino, siano la “condizione che permette alla nostra società di progredire nei prossimi secoli“. Questa strumentalizzazione della persona e della coppia sono incompatibili con la nostra Costituzione, che riconosce i diritti fondamentali della persona così com’è e come si sviluppa nella sua stessa personalità, non come strumento della politica. Oltretutto, non si spiega come qualificare le coppie gay come “famiglie” – cosa che per giurisprudenza già è – o attribuire loro il diritto al matrimonio possa in qualche modo interrompere l’evoluzione della società: se i gay si sposassero, gli eterosessuali smetterebbero forse di fare figli?

Da ultimo, la questione si pone come un’esigenza di uguaglianza. L’unione civile inaugura un regime di “separate but equal”, separati ma eguali. E’ come se, dovendo attribuire alle donne il diritto di voto, lo si facesse valere metà di quello degli uomini. O come se ci fossero due fontane, una per gli etero e una per i gay: a seconda di ciò che sei devi bere nell’una e non puoi bere nell’altra.

Un diritto o è riconosciuto in pieno o non è un diritto. Nel caso delle coppie same-sex, l’accesso al matrimonio è una priorità costituzionale, non un’0pzione politica. Ragionare in termini di compromesso sarebbe come cercare di convincere Mario Borghezio che tra gli zingari vi sono brave persone esattamente come tra gli italiani ve ne sono di pessime.