Il dialogo è quello tra due vecchi amici, e uno parla tranquillamente in napoletano. “Sono chiaramente a sua disposizione – dice il Procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito – adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole”. E Nicola Mancino replica: “Guagliò come vengo, vado sui giornali”. “Ahahaha, ho capito”, commenta allegro il pg. Sono le 9.04 del 15 marzo 2012, l’ex presidente del Senato chiama per congratularsi con l’alto magistrato che ha appena ricevuto l’ordinanza del gip Alessandra Giunta su via D’Amelio.

Mancino è contento: “Ho letto che hai chiesto gli atti a Caltanissetta”, dice al pg, e con lui parla a ruota libera della sua posizione giudiziaria, illudendosi di farla franca, almeno con i pm nisseni: “Resta la figura di una persona che è reticente, che non ha detto la verità ma non ci sono elementi per processarla”. Siamo a metà marzo, e le manovre di accerchiamento sul Quirinale entrano nel vivo: venti giorni dopo, il 4 aprile, sollecitato da Mancino, il capo dello Stato invia la sua lettera al pg della Suprema Corte, in quel momento quasi pensionato. Per questo il carteggio agli atti di piazza Cavour serve di fatto a spianare la strada al neo pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, l’ultimo a muoversi in questa catena di Sant’Antonio di soccorso istituzionale. Ciani alla fine convoca il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, l’unico che ha poteri reali di coordinamento tra le procure di Palermo e Caltanissetta. Ma il capo della Dna si sfila dall’intrigo istituzionale, rispondendo per iscritto di non avere le prerogative necessarie per intervenire nella vicenda.

A rivelare la conclusione delle “grandi manovre” politiche per monitorare l’indagine sulla trattativa è una fonte molto vicina a Vitaliano Esposito, il quale in una lettera di precisazione inviata al Fatto Quotidiano (vedi sotto) parla di un’altra riunione, convocata a Roma in una data imprecisata, ma certamente oltre due anni fa, visto che destinatari della convocazione furono i pg di Palermo Luigi Croce e di Caltanissetta Giuseppe Barcellona. Una riunione, dice Esposito, organizzata con Piero Grasso per accertamenti “sulle indagini, apparentemente parallele, in corso alle procure di Palermo e Caltanissetta”.

I partecipanti, secondo quanto scrive il pg, avrebbero garantito “la più ampia collaborazione, riservando la trasmissione di atti rilevanti”. Ma di questo incontro non sanno nulla né Luigi Croce, pg a Palermo fino al 20 ottobre 2011, né tantomeno Grasso: entrambi sostengono di non avere mai partecipato ad alcun vertice sul tema. Cadono dalle nuvole anche i pm di Palermo, che non sono mai stati informati e che hanno appreso dell’interesse istituzionale sulle loro indagini dall’ascolto delle centinaia di ore di intercettazioni disposte sui telefoni dei protagonisti politici di quella stagione, Mancino in testa. Nella sua lettera il pg Esposito precisa di avere chiesto l’ordinanza del gip nisseno Alessandra Giunta su via D’Amelio “senza avere avuto contatti con alcuno”, prima, cioè, di ricevere la missiva del Quirinale. L’unico contatto con Nicola Mancino è quello del 15 marzo scorso, il giorno dopo la richiesta ufficiale dell’ordinanza.

“Nell’articolo si fa riferimento a una telefonata che mi fece il senatore Mancino per complimentarsi della mia iniziativa,telefonata da me ricevuta – dice oggi il pg Esposito – e dunque per quanto mi riguarda assolutamente neutra”. E questa è solo una delle centinaia di conversazioni al telefono intercettate dai pm tra la fine dell’anno scorso e la primavera di quest’anno, quando l’inchiesta sulla trattativa entra in dirittura d’arrivo catalizzando l’interesse istituzionale. E scatenando in Mancino un’escalation di angoscia, rivolta, in particolare, ad uno dei pm: “È sempre il solito Di Matteo. È lui il guaio… mi ha convocato… Fa le domande, io rispondo e lui… non dice niente, non parla, fa solo domande”.

È il 25 novembre 2011. Alle ore 21.07, Nicola Mancino telefona a Loris D’Ambrosio, consulente giuridico del capo dello Stato Giorgio Napolitano, per segnalare che è stato nuovamente convocato a Palermo, e si lamenta del pm Nino Di Matteo, attribuendogli il ruolo dell’inquisitore più duro durante gli interrogatori. È la madre di tutte le intercettazioni, la prima e la più lunga di dieci telefonate – tutte partite dal cellulare dell’ex presidente del Senato – che secondo l’accusa rivelano, tra novembre 2011 e aprile 2012, l’aspettativa fortissima di Mancino di un “salvataggio” istituzionale da parte del Quirinale rispetto alle iniziative processuali della procura di Palermo, che appare intenzionata a scavare a fondo sul suo coinvolgimento nell’indagine.

Una raffica di telefonate che coinvolge, oltre a Esposito e D’Ambrosio, il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, della corrente di Md, e il presidente dell’Unione giornalisti pensionati Guido Bossa. Mancino chiama Rossi mezz’ora dopo essersi complimentato con Esposito, il 15 marzo scorso. Quello stesso Nello Rossi che due giorni fa si è detto “incredulo e profondamente preoccupato” per il coinvolgimento nell’inchiesta dell’ex Guardasigilli Giovanni Conso. Fibrillazioni che attraversano anche altri indagati della trattativa: decine sono le telefonate tra gli ex ufficiali del Ros fedelissimi di Mario Mori. Giuseppe De Donno parla più volte con Mori e scambia frenetici sms (e numerose telefonate) con “Raf”, Raffaele Del Sole, l’ufficiale che a Roma, nel processo al pm Salvatore Leopardi (accusato di avere informato i servizi dei contenuti dei colloqui in carcere dei boss ristretti al 41 bis), si è trincerato dietro il segreto di Stato.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Da Il Fatto Quotidiano del 19 giugno 2012

 

LA LETTERA DI ESPOSITO A IL FATTO QUOTIDIANO

Egregio Direttore, mi riferisco all’articolo “Trattativa sul Colle” riportato sul Fatto Quotidiano del 16 giugno u.s., per invitarvi a riferire i fatti nei loro reali accadimenti. In data che non so meglio precisare (ma certamente ricadente nei primi giorni di marzo u.s), l’ Ufficio della Procura generale della Cassazione, da me diretto fino al 13 aprile u.s, richiese, su mio impulso e senza aver avuto contatti con alcuno, al Procuratore generale della Repubblica di Caltanissetta copia di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal g.i.p.; il cui contenuto, peraltro, era stato già ampiamente diffuso dai mezzi di informazione.

Lo scrivente (o qualsiasi altro organo della Procura generale) non ha, quindi, mai richiesto gli atti dell’inchiesta di Caltanissetta, come ripetutamente riportato nel giornale (nel testo e negli occhielli, anche in prima pagina). La richiesta era stata effettuata ai sensi dell’articolo 6 del dlg n. 106 del 2006—disposizione che concerne il corretto esercizio dell’azione penale – e faceva seguito ad accertamenti già da tempo disposti in ordine alle indagini, apparentemente parallele, in corso alle procure di Palermo e Caltanissetta. Nel corso di questo procedimento erano stati infatti già convocati a Roma i procuratori generali, pro tempore, di Caltanissetta e di Palermo (che avevano offerto la più ampia collaborazione, riservando la trasmissione di atti rilevanti) nonché il procuratore nazionale Piero Grasso.

Già tale sequenza dei fatti esclude in radice la temporale relazione – data per scontata negli occhielli dell’articolo – tra le lamentazioni al Quirinale del senatore Mancino e l’affermazione secondo cui il pg della cassazione richiese poi a Caltanissetta l’invio degli atti su via D’Amelio. Quando il Quirinale, nei primi giorni del mese di aprile, trasmise la lettera del senatore Mancino, comunicai, in data 11 aprile u.s. (se ben ricordo) l’attività che dall’ Ufficio era stata già svolta e quella successiva già disposta e programmata. Dopo pochi giorni andai in pensione. Respingo, pertanto, gli sconvenienti apprezzamenti che in modo esplicito mi attengono nel vostro articolo, dove si fa pure riferimento a una telefonata che mi fece il senatore Macino per complimentarsi della mia iniziativa, telefonata da me ricevuta e dunque assolutamente neutra per quanto mi riguarda, ma in ogni caso maliziosamente strumentalizzata nella inesatta ricostruzione dei fatti.

Vitaliano Esposito