Mentre l’Italia torna in cima alla lista delle prossime vittime dell’euro, come a novembre 2011, il governo Monti sperimenta una caotica immobilità.

Abbandonate le grandi riforme, quasi esaurita la mediazione europea sulla crescita, l’esecutivo oscilla tra vittimismo e forzature. Il premier denuncia l’abbandono dei poteri forti, ma si sentono assai più soli i lavoratori esodati. L’Inps aveva scritto a Elsa Fornero che le vittime della riforma, senza lavoro e senza pensione, sono 390 mila. Il ministro conosce il problema da mesi, ma insiste: i soldi ci saranno solo per 65 mila persone, ribattezzate quindi “salvaguardati”. Per la Fornero gli altri sono poco più di un errore statistico. Se ne potrebbe occupare il premier, magari chiedendo le dimissioni del ministro del Lavoro o  del presidente dell’Inps Mastrapasqua, dopo aver verificato i numeri.

Invece Monti ha altre priorità. Sfida i partiti imponendo una riforma di fatto della Rai, tecnici esterni ai vertici che gestiscono i soldi senza rispondere al cda e ai partiti, poi si confronta con il vero potere forte che finora lo ha sostenuto, la burocrazia ministeriale incarnata dal sottosegretario Antonio Catricalà. Eugenio Scalfari su Repubblica gli chiede conto della “paralisi governativa” dovuta ai burocrati, dal ragioniere dello Stato Mario Canzio che blocca il decreto sviluppo di Corrado Passera al capo di gabinetto del Tesoro Vincenzo Fortunato, per non parlare dello stesso Catricalà che tenta a sorpresa riforme berlusconiane del Csm e riesce a piazzare il chiacchierato Pasquale De Lise, all’autorità dei Trasporti.

Monti risponde che quei tre li ha ereditati dal governo precedente (quota Gianni Letta) e che se esagerano può cacciarli. Il sociologo Emile Durkheim introdusse la categoria del suicidio egoistico per chi si toglie la vita schiacciato dal proprio fallimento. Gli ultimi giorni potrebbero perfino suggerire che Monti stia cercando il suicidio politico. Magari per essere risarcito in una vita futura, ma non lontana, nel paradiso del Quirinale.