“Sto pregando”. La ragazza con il camice strappato ha un pacchetto di fazzolettini in mano, la faccia stropicciata dal pianto e dalla paura. All’una è arrivata la seconda scossa violenta. La prima, alle 9, aveva sbriciolato il capannone della Haemotronic di Medolla che produce apparecchiature biomedicali, come quasi tutti in questa zona: gli operai sono rimasti a contare le scosse, ad aspettare notizie dei loro compagni, in un’attesa esasperante di sole che spacca la testa e ansia che nessun abbraccio può sedare. Un operaio è stato trovato quasi subito dai cani del soccorso alpino, morto. Gli altri tre sono stati ritrovati nelle ore successive (l’ultimo stamattina), sommersi in un groviglio di pareti e calcinacci.

I salvati parlano sottovoce come se fossero in chiesa e un’unica parola si distingue nel mormorio mescolato di voci e terra che trema: “Agibilità“. Dopo il terremoto di nove giorni fa, le fabbriche erano state controllate dagli ingegneri: tutte erano sicure. “C’era appeso il foglio dell’agibilità”, dice un operaio con la voce rotonda, un attimo prima di bestemmiare. Mattia Ravizza è il proprietario della Haemotronic, si aggira sperduto in quel che resta della sua azienda. Fa fatica a parlare e scuote la testa. Ma giura che i rilievi tecnici non avevano trovato quasi nulla e che l’attività era ripresa “perché si poteva”.

Qualche chilometro più in là, nella zona industriale di Mirandola c’è la Bbg, acronimo di tre ex operai che tanti anni fa si erano messi in proprio. La ‘g’ sta per Grilli, Enea, morto insieme a due dipendenti: Eddi Borghi e Vincenzo Grilli. Gabriele Busoli, figlio di un altro socio, cammina su e giù di fronte al disastro, cercando di risponde all’unica domanda che da stamattina è sulla bocca di tutti: perché avevate riaperto? “Era tutto a posto, tutto a posto. Ci avevano dato l’agibilità, ho depositato i documenti in Comune. Io ero lì dentro, vi giuro che era un inferno. E sembrava non finire mai. Voglio vedere se hanno il coraggio di fare la centrale a gas, adesso. Voglio vedere se Giovanardi ha il coraggio di venire qui a chiedere voti e a dire che bisogna fare la centrale. Se qualcuno si azzarda a proporlo ancora lo aspettiamo con i fucili”.

La geografia dei caduti sul lavoro è una mappa vasta e dolente: nel crollo dell’Aries Biomedicale è morto il titolare, Mario Mantovani, farmacista di 64 anni. Alla Meta di San Felice al Panaro, è morto l’ingegnere chiamato a fare rilievi sui danni subiti e due lavoratori stranieri: uno è Kumar Pawan, indiano di 31 anni, padre di due bimbi. L’altro, Mohamad Azaar, marocchino, era stato dato per morto il 20 maggio. Ma non era vero. Il destino l’ha inseguito fin qui e questa volta non aveva voglia di scherzare.

I loro compagni, indiani e maghrebini, si sono radunati lì davanti, si sono inginocchiati per terra e hanno pregato. Un amico di Kumar racconta: “Lavorava qua da 5 anni, il suo padrone aveva detto che era tutto a posto e gli ha chiesto di tornare a lavorare ma era un capannone molto vecchio e pericoloso, aveva paura. Dopo il primo terremoto un altro parente gli aveva proposto di andare per un po’ in India con lui, ma Kumar ha preferito restare qui”. Come lui tanti che non hanno saputo – o non hanno potuto – dire di no alla ripresa delle attività. Le inchieste della magistratura proveranno a chiarire, nei prossimi giorni. Intanto il segretario della Cgil Susanna Camusso enuncia un dubbio che tutti hanno: “Le nuove vittime del sisma che ha colpito l’Emilia sono lavoratori e questo mi fa pensare che non si è provveduto alla messa in sicurezza degli stabilimenti prima di far tornare le persone al lavoro”. Risponde a distanza Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria: “Non è vero che sono crollati capannoni come se fossero di carta velina: nel caso dell’industria della ceramica, erano signori capannoni, costruiti secondo tutti i crismi”.

Oggi, però, il procuratore capo di Modena Vito Zincani ha annunciato l’apertura di un’inchiesta focalizzata proprio sui capannoni. Secondo Zincani “la politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è una politica suicida”, perché “tra magnitudo quattro e sei un sisma non è ritenuto distruttivo, ma per alcuni capannoni lo è stato”. L’indagine punterà a verificare se sono state rispettate le norme antisismiche previste dalla direttiva regionale del 2003, ma anche se ci siano state negligenze o mancanze nella costruzione e nella progettazione e nel collaudo degli edifici stessi. Le ipotesi di reato, ancora in corso di valutazione, sono omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose – viene valutato anche il disastro colposo – e poi la violazione delle norme edilizie.

Ma tanti hanno dubbi su questi capannoni che hanno venti, trent’anni, qualcuno anche di più e sembrano fragili come il cristallo. Possibile che dopo le scosse di nove ci giorni fa non siano stati fatti rilievi più che accurati? Gli esperti si erano pronunciati con parole che ora suonano come un sinistro presagio: “Sicuramente qualcuno ha operato con leggerezza, facendo economia. Si è progettato in maniera non intelligente”, aveva detto il presidente dell’associazione di Ingegneria sismica italiana, Agostino Marioni. Per Marioni i costruttori di prefabbricati “fanno a gara a chi appoggia le travi per due centimetri senza sostegno. Il buon senso, in una regione con rischio sismico, avrebbe consigliato altri provvedimenti. Provvedimenti che avrebbero avuto un costo superiore marginale. C’è stata un’esasperata tendenza al risparmio”.

Gian Michele Calvi, professore ordinario e direttore della Ume School Iuss Pavia e presidente della fondazione Eucentre, venerdì scorso a margine di un convegno sul ‘Recupero del costruito in zona sismica’, aveva praticamente previsto quello che è accaduto: “Le zone colpite non sono storicamente classificate come sismiche. Basterebbero pochi interventi, ma così come sono non resisterebbero a nessuna accelerazione. Un terremoto in Pianura padana o in zone non classificate provocherà sempre il crollo di strutture di questo tipo, compresi i supermercati. Quelli avvenuti non sono stati crolli legati a rotture di travi o pilastri. Ma sono strutture costruite come Lego, una parte ha perso l’appoggio e sono cadute”.

L’ingegnere bolognese Guido Cacciari, 20 anni di esperienza in zona sismica, ha ribadito il concetto: “I capannoni in prefabbricato ante 2006 sono a rischio eccezionale di crollo alla minima scossa. L’unica sollecitazione orizzontale per cui sono calcolati è il vento, a cui resistono per solo peso proprio. Proprio quel peso che è l’origine della sollecitazione sismica. I vincoli tra trave e pilastri sono cerniere“. Profezie e lacrime: ora l’Emilia è un impasto di rimpianti e terrore. Un’altra notte sta per cominciare e la terra non smette di essere nervosa.

da Il Fatto Quotidiano del 30 maggio 2012

Aggiornato da Redazione Web alle 11.39 del 30 maggio 2012