“Non ha mai inteso riferirmi al fenomeno dei suicidi” ha detto il premier per chiarire il suo pensiero: se Monti dichiara che la crisi crea sofferenze umane per colpa è di chi lo ha preceduto, tutti s’agitano perché finisce sotto accusa Berlusconi (e vacilla il governo tecnico), non perché evita ancora una volta di prendere la parola su un fenomeno drammatico, inaccettabile, angosciante.

Di nuovo, Elsa Fornero si batte il petto davanti agli artigiani: “lo ammetto, siamo in ritardo sull’aiuto ai più fragili”. Perifrasi, mimiche allusive, sguardi di circostanza. Ma nessuno ha il coraggio di guardare in faccia gli italiani per lanciare un messaggio forte e chiaro: la crisi mangia, però non possiamo mollare adesso, il governo ha bisogno della fiducia della gente per arrivare a un progetto di futuro, la comunità deve stringersi e guardare avanti.

Le persone che hanno deciso di farla finita in questi ultimi mesi si somigliano tutte. Sono padri di famiglia, disperati perché il lavoro va male o non c’è più, i soldi non bastano mai, il futuro è un vortice nero. Soprattutto, questi uomini distrutti dall’assenza di speranza scrivono biglietti, lettere, messaggini col cellulare: scusatemi, vi voglio bene, pensate a chi resta, meglio la dignità della morte che una vita da falliti.

Come spiegare loro che c’è altro, c’è una possibilità, ci sono affetti e valori più grandi del dolore? Perché nessuno tra chi ci governa ha capito che l’ultimo gesto di vita, quelle parole strazianti d’addio, sono un filo da prendere al volo, prima di vederlo spezzato per sempre? Se Monti e la Fornero avessero il coraggio di trovare parole vere per chi soffre, forse la paura del futuro sarebbe meno pesante sul cuore di chi ogni mattina si sveglia pensando: non ce la faccio più. La responsabilità di chi guida la collettività non è solo tagliare e far di conto, ma capire il senso delle cose.