Ilva, spuntano i “capitani coraggiosi” per salvarla. Orsini (Confindustria): “La cordata italiana è possibile”
Dopo Alitalia, forse all’Ilva. In una riedizione dei “capitani coraggiosi” messi insieme da Silvio Berlusconi, una fetta di imprenditoria italiana pare intenzionata a farsi avanti per acquisire ciò che resta dell’acciaieria di Taranto. Da mesi c’era la volontà di Federmeccanica di inserirsi nella partita per salvare il siderurgico, il resto sembra averlo fatto l’ulteriore crisi innescata dal decreto con cui la Corte d’Appello di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo entro il 26 ottobre. Ora dalle voci, si è passati a un primo fatto concreto: la disponibilità pubblica messa sul piatto da Confindustria. “Viste le nuove condizioni legate allo stabilimento dell’ex Ilva si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese. Oltre alle persone ci sono filiere importantissime di prodotti dietro all’Ilva”, ha detto il presidente Emanuele Orsini al termine del tavolo al ministero delle Imprese e del Made in Italy proprio con Federmeccanica, Federacciaio e diversi produttori (Marcegaglia, Banzato, Pittini) tra i quali non c’era Arvedi, il principale player del nostro Paese, come anticipato da Il Fatto.
Si tratta di uno spiraglio, al momento, e poco più. Appena lunedì, durante l’incontro con i sindacati, i tecnici del ministero avevano fatto sapere ai leader dei metalmeccanici di non aver ancora sciolto le riserve su un nuovo bando, al quale parteciperebbe anche l’eventuale cordata italiana. L’alternativa, del resto, è già in mano ai commissari straordinari di Ilva in as e Acciaierie d’Italia in as: il colosso indiano Jindal ha confermato il suo interesse all’acquisizione integrale del siderurgico nell’ambito del bando aperto prima della sentenza di Milano che comprendeva la vendita dell’intero complesso industriale, compresa l’area a caldo che dovrà essere spenta tra 80 giorni. Le parole di Orsini segnano un cambio di passo, almeno in potenza. Perché la decisione del ministero deve tenere in conto anche dei tempi stretti per via delle risorse necessarie a tenere in piedi l’Ilva, a corto di corta e a breve senza più materiali da vendere. Riscrivere il bando sposterebbe più in là la cessione, ma la disponibilità degli industriali può ingolosire il governo sperando in un’asta reale, con più partecipanti e quindi migliori garanzie occupazionali.
Confindustria viene allo scoperto nel giorno in cui diventa legge il decreto Pnrr, con il quale il governo ha praticamente smantellato la società pubblica Dri Italia, partecipata totalmente da Invitalia e nata per guidare la decarbonizzazione: avrebbe dovuto realizzare e gestire impianti per la produzione di Direct Reduced Iron (ferro preridotto), il semilavorato pulito con il quale si alimentano i forni elettrici che dovrebbero rappresentare il futuro di Ilva. La decisione è stata contestata dalla Fiom: “Questo provvedimento va ritirato perché contrasta con l’unico piano industriale condiviso un anno e mezzo fa con i commissari. Soprattutto va nella direzione opposta alle richieste che abbiamo fatto come organizzazioni sindacali con il Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva”, ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia.
Prima degli industriali, il ministro Adolfo Urso aveva incontrato anche gli enti territoriali e le società interessate a investire in nuovi progetti a Taranto. Una maxi-idea annunciata nel maggio 2025 e poi scomparsa dai radar. In una ridda di proposte, sono spuntati come funghi migliaia di posti di lavoro, da Renexia a Webuild fino a Pirelli. Progetti sulla carta e condizioni tutte da costruire. Tant’è che le amministrazioni locali si sono dette deluse al termine del faccia a faccia: “Ancora una volta abbiamo partecipato a un tavolo che si è concluso senza risposte, senza decisioni e senza una prospettiva concreta per il futuro. Mentre il governo rinvia le decisioni, Taranto, i lavoratori e un intero territorio continuano a vivere nell’incertezza. E noi siamo costretti a tornare dai cittadini senza poter dare le risposte che attendono”, si è lamentato il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano.
“La vertenza ha ormai una portata tale – ha aggiunto – da richiedere un’assunzione diretta di responsabilità da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È il momento che sia il massimo livello del governo a prendere in mano questa vicenda e ad assumere decisioni definitive. Ben vengano investitori e progetti industriali capaci di garantire sviluppo, occupazione e una prospettiva alternativa di rilancio per il nostro territorio”, ha sottolineato Palmisano. “Ma non abbiamo capito quale sia la strategia dopo un anno di interlocuzioni. Non ci bastano più annunci o manifestazioni d’interesse: chiediamo tempi certi, un cronoprogramma preciso e impegni chiari e vincolanti”, ha insistito.