Per la Serbia è il giorno del big bang politico. Il “popolo celeste”, sette milioni di elettori, vota per eleggere presidente, parlamento e amministratori locali. I protagonisti sono gli stessi di quattro anni fa, il dimissionario Boris Tadic (DS, partito democratico) e Toma Nikolic (SNS, partito progressista). I due contenenti – il presidente uscente Tadic ha ottenuto il 26,8%, Nikolic il 25,6% – andranno al ballottaggio  nel quale saranno decisivi i voti dei socialisti di Ivica Dacic, ex portavoce di Slobodan Milosevic e oggi ministro dell’Interno, con spinte populiste, alleato di Tadic. Più incerta la composizione del nuovo parlamento. Qui il partito di Nikolic è dato in vantaggio di cinque punti e potrebbe allearsi con i nazionalisti di Vojislav Kostunica per costruire la coalizione di governo. Tadic, più popolare del suo partito, ha deciso di svolgere in un unico giorno tutte le consultazioni proprio nella speranza di recuperare nelle legislative. Lo status di paese candidato all’ingresso nella Ue, concesso da Bruxelles pochi mesi fa, è il grande successo che il presidente uscente ha speso in campagna elettorale. Molta meno enfasi sull’austerity che stringe la popolazione, il cui malcontento rischia di premiare anche Dveri, la nuova formazione politica espressione dell’estrema destra intollerante e xenofoba che potrebbe superare la soglia di sbarramento del 5%. Il prossimo turno è previsto per il 20 maggio. 

L’euroscetticismo – ma non solo, dato che secondo un sondaggio il 70% della popolazione si dichiara contrario all’ingresso nella Nato – è legato alla crisi economica. La Serbia non riesce a esportare e si basa sugli investimenti esteri che nel 2011 hanno superato i 2 miliardi di dollari grazie a salari bassi e a una politica di sgravi fiscali e incentivi fino a 10mila euro per ogni assunzione. Una sorta di Eldorado europeo che ha attratto anche l’Italia, terzo partner commerciale dopo Russia e Germania. La recente inaugurazione dello stabilimento Fiat a Kragujevac, un miliardo di euro di investimento e 2400 nuovi posti di lavoro, si è rivelato uno spot per il presidente Tadic. Ma la Serbia è anche il Paese dove la disoccupazione è al 23%, dove lo stipendio medio è di 380 euro e dove l’economia sommersa rappresenta circa un terzo del Pil, con una perdita stimata intorno ai quattro miliardi di euro l’anno.

Tadic e Nikolic, sia con diverse sfumature, non mettono in discussione la il futuro ingresso nell’Unione Europea. Senza il Kosovo, dove i serbi voteranno in un election day organizzato dall’Osce. L’unico a dichiararlo pubblicamente è stato il liberale Ceda Jovanovic, ma le cancellerie internazionali danno per acquisito che il nuovo Governo serbo non avanzerà pretese di sovranità sulla ex provincia. Lo stesso Nikolic, smessi i panni dell’ultraradicale quando era il delfino di Vojislav Seselj, viene considerato un interlocutore abbastanza affidabile dalla diplomazia europea. Negli ultimi anni la principale attività della politica estera serba guidata dal rampante Vuk Jeremic è stata quella di convincere i Paesi non allineati a non riconoscere il Kosovo, e che avvicinare la ex provincia all’Europa non avrebbe fatto altro che riaccendere il nazionalismo serbo. L’arresto dei criminali di guerra e l’inizio della cooperazione tecnica Belgrado-Pristina, sponsorizzata dalla Ue, nell’opinione pubblica internazionale hanno tramutato la Serbia da nemico in alleato. Resta da vedere cosa ne pensano i serbi.