Nel giorno della sconfitta dei conservatori a livello nazionale e della loro vittoria a Londra, il riconfermato sindaco della capitale inglese, il conservatore Boris Johnson – nominato primo cittadino a dieci minuti dalla mezzanotte con il 51,5 per cento delle preferenze – ha avuto più di un risultato. Infatti, non solo è riuscito a mantenere stretta in mano la città con oltre un milione di preferenze – solo il 35 per cento dei londinesi ha votato – nell’anno delle Olimpiadi e del Giubileo della regina. Ma è anche riuscito nella grande impresa di candidarsi a successore di quel primo ministro David Cameron che ieri recitava il mea culpa per la brutta sorpresa uscita dalle urne del regno. Ben 700 poltrone di local councillor, consiglieri delle assemblee comunali, sono passate dal blu dei conservatori al rosso dei laburisti. E poco è servito al morale di Cameron veder vincere il suo cavallo di battaglia, Boris ‘il biondo’. Che ora, appunto, scalda il motore per le elezioni nazionali del 2015.

Londra, appunto. Il testa a testa fra Johnson e il suo principale sfidante, il laburista Ken Livingstone, già sindaco in passato per due mandati negli anni 2000, è andato avanti per tutta la giornata di ieri. Nel giorno delle elezioni, giovedì, alcuni quotidiani si erano lanciati nel dare già per vincitore Johnson. Nel Regno Unito il silenzio elettorale è solo una questione di fairplay, ma non è garantito dalla legge. E così già giovedì, a urne ancora aperte, il quotidiano pomeridiano London Evening Standard riportava alcuni suoi sondaggi che davano Boris – a Londra gli sfidanti sono stati chiamati per nome di battesimo per tutta la campagna – in vantaggio di dodici punti percentuali.

Alla fine, la differenza fra Johnson e Livingstone è stata di appena 60mila voti. Su sette milioni e mezzo di abitanti, 1.054.811 hanno scelto il conservatore, mentre Ken ‘il rosso’ – per la sua fede politica – ha preso 992.273 voti, il 48,5 per cento. Queste sono le cifre del secondo round, come viene chiamato nel gergo elettorale britannico: in pratica sono numeri che contano la prima e la seconda preferenza che gli elettori potevano dare. Contando solo le prime preferenze, invece, terzo posto per l’archeologa che correva per il partito dei Verdi, Jenny Jones, con quasi centomila preferenze. Quarto posto, invece, sorprendentemente troppo poco rispetto alle previsioni, per il liberaldemocratico Brian Paddick, l’ex superpoliziotto e gay dichiarato che è stato trascinato in basso dalla generale sconfitta a livello nazionale del partito che è nella coalizione di governo con David Cameron. Quinto posto, invece, per l’indipendente Siobhan Benita, ex dipendente pubblico, una donna dagli abiti colorati, dalle spille vistose e forte di un supporto dato soprattutto dai giovani.

Ma a livello nazionale, anche il partito conservatore ha sofferto. E la vittoria di Johnson a Londra riapre la partita per le elezioni parlamentari del 2015 e per la guida dei Tory e di un eventuale governo. “Porterò fino a termine il mio mandato di sindaco”, si è affrettato a dire la scorsa notte il primo cittadino riconfermato. Ma più di un analista, da giorni, lo dà come unica figura in grado di riprendere in mano le redini di un cavallo conservatore che pare imbizzarrito. Tagli alla spesa pubblica e risultati economici non brillanti – il Regno Unito è ufficialmente in recessione per il secondo trimestre di fila – secondo molti, sono le motivazioni della sfiducia verso il partito dei Tories. Ma fanno pensare anche alcune scelte forti del premier che sono state male accettate dalla popolazione britannica. Per esempio è stato lo stesso Cameron a voler portare a referendum, giovedì, le principali città del Regno Unito, per spingerle a votare in favore di una riforma elettorale per l’elezione diretta del sindaco (ora è così in pochissime città del Paese, fra le quali Londra, altrimenti il sindaco è spesso una figura simbolica eletta dalle assemblee comunali).

E ben nove città su dieci nelle quali si teneva il referendum hanno detto di no alla proposta di Cameron, rigettando la riforma. Fra queste Birmingham, Manchester, Leeds e Newcastle. Solo Bristol ha deciso, invece, di voltare pagina e di arrivare all’elezione diretta. “Voglio un Boris Johnson in ogni città del Regno Unito”, aveva detto Cameron qualche giorno fa. Non è andata come voleva lui.

Poi, appunto, anche le elezioni dei consiglieri comunali, detti “councillor”, in tantissime città. E centinaia di poltrone hanno cambiato colore, passando dai conservatori ai laburisti. Le reazioni del leader del Labour Ed Miliband si attendono per oggi. Intanto, la sinistra incassa anche altre due vittorie. Il primo sindaco direttamente eletto nella storia di Liverpool, nominato la scorsa notte, sarà il laburista Joe Anderson. Mentre il primo sindaco eletto nella storia di Salford sarà il laburista Ian Stewart. Entrambe le città erano andate a referendum per la modifica del sistema elettorale nel mese di gennaio.

Rimane l’amarezza per un altro laburista, lo sconfitto Livingstone a Londra, giunto, come lui stesso ha detto, alla fine della sua carriera politica. Sarà vero? Livingstone è sempre stato in grado di stupire con nuove proposte e nuovi annunci. Nel suo programma elettorale in vista delle elezioni di giovedì c’era il taglio delle tariffe di autobus, treni locali e metropolitana del 7 per cento, dopo gli aumenti voluti da Johnson lo scorso gennaio. Altre proposte di Livingstone erano il rilancio dell’apprendistato per le giovani generazioni, un ripristino dell’aiuto economico pubblico agli studenti lavoratori e una lotta al crimine molto incentrata sulla prevenzione nei quartieri.

Ma, alla fine, ha vinto il programma di Boris ‘il biondo’. Più biciclette in bikesharing in tutta la città – un suo cavallo di battaglia, e lui stesso si fa fotografare quasi ogni giorno a cavallo delle due ruote – soprattutto nella povera parte orientale. Ancora, un rilancio dell’edilizia sociale e una prevenzione fin a partire dalle scuole della ‘cultura dei riot’. Ma, giurano in molti, a colpire il cuore dell’elettorato deve essere stata soprattutto un’altra, roboante proposta, giunta solo a pochi giorni dal voto: 200mila nuovi posti di lavoro in quattro anni di mandato. Che, in una Londra con un tasso disoccupazione più alto del livello nazionale e dove centinaia di migliaia di persone vivono con gli assegni di stato, è stata sicuramente una proposta in grado di fare gola a molti.