Da “meno tasse per tutti” (ad Arcore), a “più tasse per pochi” (in Francia). E così, per la gauche, la sinistra francese, è giunta l’ora della “Melanchonie”, che non è – come potrebbe sembrare – il sentimento della malinconia e del rimpianto, ma quello del dubbio per il destino di un nome, quello di Jean Luc Mélenchon, che in queste ore è diventato una incognita decisiva nella politica francese.

Personaggio non privo di sorprese, Jean Luc, con sette vite nello zaino: ex trotzkista, ex mitterrandiano, poi critico del secondo mitterrandismo, attuale leader della sinistra radicale. Ha gli occhi verdi ma non è Carlà, è ispanofono ma è nato a Tangeri, ha un appartamento di 76 metri quadri a Parigi ma deve ancora pagare il mutuo, ha un’oratoria affilata come un rasoio, ma non è Beppe Grillo: in questi ultimi giorni tuona in ogni comizio contro le Banche centrali, contro la finanza, contro “la Borsa tedesca”, contro i “patrimoni dei ricchi”, definisce rudemente Marine Le Pen “una semi-demente”, ravvivando – dopo anni di slogan in provetta – il gusto per la polemica anche a sinistra, propone una super-patrimoniale ammazza-ricchi.

Melanchonie: è lui “il terzo uomo” che emerge, dicono i sondaggi (sarà vero?) tra François Hollande e Nicholas Sarkozy. È lui la sorpresa del primo turno delle presidenziali. Le rilevazioni demoscopiche dicono che ha già superato di due punti la Le Pen, il che è tutto da verificare, se non altro perché è un fatto che la candidata del Front Nazional sia quotata “solo” al 15 %, ma è anche vero che i lepenisti sono storicamente sottostimati (visto che i francesi si vergognano di dire che votano l’estrema destra). Melanchonie per la sinistra e per la destra, dunque, a cui contende ora il ruolo dell’outsider tra i due favoriti.

Ma soprattutto melanchonie per lo stato maggiore di rue Solferino, il quartier generale socialista dove tutti ricordano con orrore cosa accadde quando Jean Marie Le Pen andò al ballottaggio contro Jacques Chirac dopo aver fatto fuori l’amatissimo Lionel Jospin, il leader della gauche plurielle, l’ultima sinistra che sia riuscita a vincere in Francia. Jospin era un vero leader, con la sua faccia da protestante colto e la sua lingua bella chiara e terribilmente pedagogica, ma il popolo della sinistra francese era arrabbiato con i suoi dirigenti, e dal calderone dello scontento saltò fuori il risultato incredibile del postino trotzkista Oliver Besancenot (arrivò all’ 8 %) che sottrasse consensi decisivi al candidato socialista. Poi venne il tonfo di Ségolène Royal, troppo radical chic per sfondare. Anche oggi il malcontento verso la sinistra istituzionale è forte: “Se Hollande avesse la verve di Mélenchon – ha titolato l’insospettabile Libération, citando lo sfogo di un militante in piazza – sarebbe extra”.

Il fatto è che alla sinistra del Partito socialista si sono sempre condensati molti voti, nei primi turni di questi anni, ma è la prima volta che si concentrano tutti insieme su un solo nome. Il passo indietro decisivo lo ha fatto il Pcf, che dal 2009 ha stretto un accordo con il Partie de Gauche di Mélenchon, rinunciando alle sue inutili candidature di bandiera (come quella del “Babbo natale” Hue, segretario di partito privo di appeal esterno). Ma anche la grafica e la calibratura dei messaggi di Mélenchon in questa campagna sono stati studiati per pescare un po’ ovunque: nel logo del partito la parola “Front” prevale su tutto il resto occhieggiando al marchio di fabbrica del lepenismo, e lo slogan ufficiale è un brillante esempio di populismo progressista: “Prenez le pouvoir”. Ovvero: “Prendete il potere”.

Melanchonie e incertezza, dunque: mentre lui, invece, spiega che ha vinto la sua prima battaglia (quella della visibilità) perché ha messo in campo un pacchetto programmatico tutto centrato su tassazioni per i più ricchi: “La proposta di Hollande sulle imposte per chi guadagna più di un milione di euro è ridicola: ha copiato, e male, la mia”. E quale è questa proposta? Quella che – per esempio – gli ha fatto incassare due epiteti caustici dalla Bbc e dalla stampa britannica: “È un bullo narcisista con la passione della provocazione”, è un “pitbull dell’anticapitalismo”.

Di sicuro, nell’Italia in cui si discute da anni se tenere cinque aliquote o tre, o se si debba pagare o meno il tributo a “Roma Ladrona”, farebbe davvero paura la sua idea-bandiera: una super tassa sulla ricchezza secondo cui, i più abbienti dovrebbero subire una imposta del 100 % su qualsiasi parte di reddito superiore ai 300 mila euro. Grazie a questo gettito, secondo i calcoli di Mélenchon, il salario minimo dovrebbe aumentare del 20 %, i francesi andrebbero in pensione a 60 anni, gli operai e sindacati dovrebbero avere diritto di veto sulle delocalizzazioni e quello di prelazione, per rilevare le aziende se i loro imprenditori se ne vanno via: per poter finanziare tutta questa spesa sociale – aggiunge il candidato del Front – “la Banca centrale europea dovrebbe essere tenuta a prestare denaro al tasso privilegiato dell’ 1%, non più alle banche, ma direttamente ai governi europei”.

Tra i tanti bussolotti che il destino fa ballare nella lotteria delle presidenziali, il destino di Mélenchon dirà qualcosa anche alla sinistra italiana: ad esempio, se un radicalismo di sinistra molto aggressivo può ritagliarsi uno spazio nelle paure dei ceti medi declassati dalla crisi, e se i rapporti tesi, e la prova di forza fra le due sinistre arricchiscono o indeboliscono la coalizione. Chi vota in Francia sa già che sta decidendo le alleanze per le politiche. Chi vota alle prossime amministrative in Italia, invece, ancora non ha capito che sarà lui a decidere se vincerà la foto di Vasto o la tweet-alleanza Abc (Alfano, Bersani e Casini).
Il bello è che Hollande e Mélenchon si sfidarono già nel 1997, nel congresso di Brest. Quando Mélenchon, in uno dei suoi discorsi più brillanti (sono la cosa che gli riesce meglio), fece commuovere i militanti citando l’appena scomparso Mitterrand con spirito di custode testamentario: “Mi ha detto: non arrendetevi mai, difendete la vostra rotta … Eccomi, sono qui che lo difendo!”. Venne giù la sala, quella volta. E poi, però, vinse il pallido Hollande.

Il Fatto Quotidiano, 20 Aprile 2012