Assunzioni in Puglia in cambio di un “appoggio” nella realizzazione di un carcere in Calabria. È con l’accusa di corruzione che finisce nel registro degli indagati il deputato del Pdl Luigi Vitali, tra l’altro coordinatore provinciale del partito a Brindisi. Assieme a lui, Giovanni Faggiano, avvocato e imprenditore, titolare dell’istituto di vigilanza Securcity e già nel ciclone di altre inchieste giudiziarie legate all’affare rifiuti in Campania.

La notizia, però, sconosciuta fino a questo momento agli interessati, arriva assieme alla richiesta di archiviazione da parte del pm Milto De Nozza, a causa del “limite normativo” sull’uso delle intercettazioni. In quanto deputato, infatti, “Vitali gode della garanzia stabilita dall’art.68 della Costituzione” e questo significa che “laddove- scrive De Nozza- questo ufficio avesse ritenuto indispensabile monitorarlo, avrebbe dovuto attendere che la Camera dei deputati concedesse la relativa autorizzazione. Ma se le attività di intercettazione sono, per natura propria, atti a sorpresa, appare evidente come non possa esserci alcuna utilità investigativa nell’attivare un simile mezzo di ricerca della prova”.

Insomma, nessuno parlerebbe di qualcosa che possa essere compromettente, sapendo di essere ascoltato. C’è questo alla base della richiesta di archiviazione, ora nelle mani del gip Valerio Fracassi. Ed è questo proprio il punto che Vitali contesta, dopo aver appreso dalla stampa di essere indagato ed essersi riservato di chiarire l’estraneità ai fatti: “Pur non potendo, allo stato, non essere che soddisfatto di quanto richiesto dai pm, tuttavia, non condivido assolutamente che la richiesta di archiviazione possa essere stata determinata dall’esistenza di limiti alle indagini derivanti dal mio status di parlamentare”.

Eppure, la questione per la magistratura è tutta qui, perché, per chiarire una vicenda che lo stesso pm De Nozza definisce “dai contorni opachi, oscuri e foschi”, il passo investigativo successivo, inevitabilmente necessario, “avrebbe imposto la riattivazione dello strumento delle intercettazioni telefoniche e/o ambientali a carico dei due indagati”. Gli elementi di prova fino ad ora raccolti, infatti, non bastano a “sostenere validamente in giudizio un’accusa di corruzione”. Dunque, se archiviazione sarà e “accertato che Vitali aveva ottenuto ciò che aveva richiesto a Faggiano”, vale a dire la risposta alle “continuative e reiterate richieste di assunzione di persone a lui vicine”, non si potrà appurare se si è mai concretizzata la “contropartita”. Quella cioè della “sponsorizzazione di un progetto avente ad oggetto la realizzazione di un carcere in Calabria”, su cui Faggiano “mostrava di avere un serio e concreto interesse imprenditoriale”.

In realtà, dalle intercettazioni qualcosa di importante è già emerso. Ed è quel qualcosa ad aver portato la procura di Napoli a trasmettere il fascicolo a Brindisi. Le indagini, infatti, sono uno stralcio dell’inchiesta partenopea che ha già portato agli arresti, nel luglio scorso, proprio di Giovanni Faggiano. Lui, amministratore delegato di Enerambiente, società che nel capoluogo campano gestisce la raccolta dei rifiuti in diversi quartieri, è accusato di estorsione, perché avrebbe chiesto alle cooperative sociali soldi in cambio di subappalti. Ma nelle conversazioni intercettate a suo carico è spuntato anche il nome del deputato Vitali.

In particolare, dalle carte emerge che è stato lui, a giugno, ad avvertire Faggiano che “nel suo ambiente di lavoro vi erano alcune perplessità con riferimento all’importo troppo basso del prezzo proposto. Evidentemente un’informazione importante per un imprenditore, il quale, sulla base di questa, ben può decidere di proporre un ulteriore aumento dell’importo per evitare di essere escluso da una gara d’appalto. Ed infatti Vitali chiudeva la conversazione promettendo di “stare dietro a questa cosa del carcere” e di comunicare a Faggiano “gli eventuali sviluppi””. Il pm non tralascia il particolare, nella sua richiesta di archiviazione: Vitali non è solo deputato, è anche membro della commissione giustizia e dunque pubblico ufficiale. Ed è in considerazione di ciò e “del fatto che appariva percepibile l’esistenza di un accordo”, che si riteneva “indispensabile avviare un’attività investigativa mirata a fare piena luce”. Il controsenso nella legge sulle intercettazioni ai parlamentari, però, la spegne sul nascere.