Ha attraversato le cronache sarde degli ultimi trent’anni: finanziamenti, progetti, appalti, lavori incompiuti e poi il contenzioso. E ora è di nuovo alla ribalta. Per la diga di Monte Nieddu-Is Canargius, estrema propaggine a sud ovest della provincia di Cagliari, si profila una seconda vita. A suon di milioni di euro e, secondo gli ambientalisti, di scempi. Tanto che il caso è arrivato anche alla Commissione europea: l’eurodeputato Andrea Zanoni (Idv) ha presentato la scorsa settimana un’interrogazione scritta con oggetto “Il devastante impatto ambientale del progetto di costruzione della diga Monte Nieddu in violazione delle direttive di tutela ambientale”.

Perché la diga, con una capacità potenziale di 35,4 milioni di metri cubi d’acqua, si trova in un’area protetta, sito di interesse comunitario, all’interno della “Foresta Monte Arcosu“, a cavallo del Sulcis. E ora ci si appresta a far ripartire quei cantieri iniziati a gennaio del 1999 e fermi da ormai dieci anni. Il precedente appalto, infatti, è stato sospeso nel 2002, per “dichiarate carenze progettuali e attuattive”, si legge ancora nell’interrogazione. E con l’associazione di imprese spagnole è ancora sospeso un contenzioso da 60 milioni di euro con opere realizzate al 20 per cento. A fine dicembre il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale ha bandito una nuova gara con base d’asta 56,6 milioni di euro e solo due mesi prima c’era stato l’annuncio ufficiale della ripresa.

Il progetto e i soldi – Gli oltre 56 milioni di euro serviranno per la costruzione dell’invaso e basta. Sommando le opere collaterali (strade, un’altra traversa sul rio Is Canargius e le gallerie di collegamento tra i due bacini) si arriverà a una spesa totale di 83 milioni, finanziati dal Cipe e dalla Regione. I tempi previsti sulla carta sono di 42 mesi, ossia tre anni e mezzo con consegna nel 2016. In questo periodo si dovrebbe costruire lo sbarramento principale in calcestruzzo alto 87 metri e mezzo per un fronte di 340.

Le contestazioni – Nessun risparmio idrico, né riutilizzo delle acque depurate ma soprattutto nessuna valutazione ambientale sulle opere, anche complementari, in palese violazione delle direttive europee. Per questo l’europarlamentare Zanoni chiede nell’interrogazione depositata il 13 marzo “iniziative urgenti” nei confronti delle autorità locali visto che nel progetto non sono contemplate né la procedura di incidenza, né la valutazione di impatto ambientale, né quella ambientale strategica per un’opera definita “devastante sia per l’ambiente sia per le finanze pubbliche”.

Una situazione denunciata a più riprese e documentata negli anni dalle associazioni ecologiste Gruppo di intervento giuridico e Amici della terra che per lo stesso motivo, a gennaio, avevano presentato un ricorso alla commissione europea e al ministero dell’Ambiente. “Bisognerebbe puntare sul riciclaggio dell’acqua – sostiene Stefano Deliperi, del Grig – la Sardegna, con il sistema di invasi realizzato finora, ha la piena autosufficienza. La follia si aggiunge a follia con l’enorme spreco di denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato, invece, per il ripristino dei lavori incompiuti”. Ma si può tornare indietro? “Sì – sostiene Deliperi – basterebbe un po’ di coraggio da parte della politica”.

L’urgenza e l’utilità – Per l’assessorato ai Lavori pubblici e lo stesso Consorzio di Bonifica la diga è un’opera urgente: sia per le esigenze d’acqua potabile dell’area “in piana espansione” e addirittura per la riduzione del rischio inondazione di tre paesi (Pula, Sarroch e Villa San Pietro). E lo stesso ex assessore ai Lavori pubblici Carlo Mannoni difende la costruzione come “male minore”. “Il territorio è già compromesso – dice – e non mi sembra uno spreco di soldi anche se credo che sia comunque importante la manutenzione delle reti di adduzione. A ciò si aggiungono due ragioni fondamentali per cui l’opera serve: la prima è la laminazione delle piene, una sorta di funzione di controllo, la seconda è invece che la siccità torna ciclicamente e uno stoccaggio d’acqua è una risorsa strategica”.

Gli ambientalisti e l’ordine dei Geologi non la pensano così e ricordano che nell’isola si perde circa l’85 per cento dell’acqua immessa nelle condotte. E ancora per una popolazione di un milione e 600 mila persone si arriva ad avere una capacità di invaso che è sesta in tutta Italia (pari a circa 13,35 miliardi di metri cubi) con 32 bacini medio-grandi. A cui si sommano i reflui civili depurati che finiscono in mare: il solo depuratore del Consorzio industriale della provincia di Cagliari ne produce 20 milioni di metri cubi l’anno. Per ora la gara non è stata aggiudicata e ancora si aspetta, tra burocrazia e una montagna di carte. Mentre anche i sindaci dei centri si dicono soddisfatti della riesumazione del progetto.