I risultati ufficiali sono ormai quasi completi e il voto di venerdì per rinnovare 290 seggi del Majlis, il parlamento della Repubblica islamica, si delinea come una netta sconfitta per il presidente Mahmoud Ahmadinejad. La sconfitta è simboleggiata dalla batosta subita dalla sorella del presidente, Parvin, non eletta nel collegio della loro città natale, Garmsar, nel centro del Paese. Con lo spoglio quasi al termine, i candidati legati alla Guida suprema Ali Khamenei hanno vinto il 75 per cento dei seggi del parlamento, secondo una lista ancora non del tutto completa pubblicata dal ministero dell’Interno. A Teheran, città di cui Ahmadinejad è stato sindaco, su 30 seggi in palio, gli avversari del presidente ne hanno conquistati 19. Risultati analoghi in altre città, come Qom, roccaforte del clero, e Mashad, ma anche Tabriz e Isfahan, considerate finora fedeli ad Ahmadinejad. E pure il voto rurale, secondo i dati diffusi da Al Araibya, avrebbe punito il presidente. Per il conteggio completo ci vorranno ancora alcune ore, con i risultati ufficiali attesi per lunedì, anche per confermare (e probabilmente aumentare) la percentuale di partecipazione al voto, al momento di poco superiore al 64 per cento.

Per le istituzioni iraniane, e in particolare per la Guida suprema Ali Khamenei, questo è già un dato molto importante, subito sottolineato nelle sue dichiarazioni. “Ogni volta che la Repubblica islamica viene minacciata dai suoi nemici – ha detto Khamenei mentre le telecamere lo riprendevano nel seggio – Le elezioni diventano ancora più importanti”. Il record di affluenza alle rune rimane quello del 1996, quando, sempre secondo i dati ufficiali, 75 iraniani su cento andarono a votare. Le elezioni contestate del 2009, però, avevano minato la credibilità del sistema, che nonostante i limiti costituzionali sulla libertà di presentare candidature (devono essere approvate dalla Guida suprema) è sempre stato un unicum regionale per partecipazione e vitalità del dibattito politico.

In questo voto, tuttavia, le opposizioni del 2009 – quelle che diedero vita all’Onda verde, repressa duramente dal governo – sono assenti. I leader di allora, Mir-Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi, che sfidarono Ahmadinejad alle presidenziali, sono agli arresti domiciliari da oltre un anno e hanno invitato i propri sostenitori a boicottare il voto. Lo scontro dunque è tutto interno alle due anime dell’establishment conservatore, quella ‘populista’ che fa capo al presidente Ahmadinejad e quella ‘khomeinista’ che fa riferimento allo stesso Khamenei, la cui alleanza con il presidente è in crisi da almeno due anni.

Ahmadinejad non ha ancora risposto alla richiesta di una settantina di deputati del Majlis che lo hanno convocato in parlamento per rispondere a una serie di accuse, dalla cattiva gestione di fondi pubblici alle scelte economiche e ora rischia di trovarsi di fronte un parlamento molto più ostile. Ciò che uscirà tra poche ore dalle urne iraniane, inoltre, ha a che a fare direttamente anche con la situazione internazionale, dalla Siria al dossier nucleare. Soprattutto per il secondo capitolo, quello nucleare, non ci saranno probabilmente cambiamenti immediati, visto che Khamenei ha sempre sostenuto il diritto della Repubblica islamica a perseguire un programma atomico pacifico, ma se non altro il rimescolamento delle carte al vertice potrebbe far guadagnare tempo a quanti sulla scena internazionale lavorano per evitare che le minacce israeliane di attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani diventino realtà. Il cambiamento di linea, nei limiti dello schieramento conservatore, potrebbe avvenire il prossimo anno, con le elezioni presidenziali a cui Ahmadinejad non può più candidarsi. La scommessa delle cancellerie è che – in un Paese alle prese con enormi problemi economici e sociali e con ormai metà della popolazione nata dopo la rivoluzione del 1979 – possa emergere una leadership più pragmatica e disposta a trovare compromessi, tanto con l’Occidente quanto con i paesi vicini, a partire dall’Arabia saudita, il grande ‘rivale’ regionale in uno scontro politico (qualche analista parla di ‘guerra fredda’) che intreccia la rivalità tra sunniti e sciiti con quella tra arabi e persiani.

Se i dati ufficiali saranno confermati, dunque, dal voto di venerdì uscirà sconfitto Ahmadinjead, l’ex sindaco di Teheran, eletto presidente nel 2005 grazie a una campagna elettorale piena di promesse di lotta contro la corruzione e simbolo del nuovo peso politico ed economico dei Pasdaran, l’ala militar-industriale dell’apparato post-rivoluzionario. Meno chiaro, invece, è chi abbia vinto e quanto: anche la credibilità della Guida suprema Khamenei, infatti, nonostante la sua posizione di prestigio, è stata logorata dall’alleanza con Ahmadinejad e dall’appoggio alla repressione del 2009.

di Joseph Zarlingo