Zampolli e la minaccia di “azioni legali” dopo Report. Dalla vicinanza a Trump fino alla trasformazione del Kennedy Center in un hub di yacht e lusso
La puntata è andata in onda domenica 19 aprile, ma su X sono tanti gli account stranieri che rilanciano l’intervista realizzata da Sacha Biazzo di Report a Paolo Zampolli, oggi inviato speciale per le partnership globali di Trump. Se prima di domenica l’imprenditore aveva diffidato dalla messa in onda, su X Report fa sapere che “ora annuncia azioni legali contro chiunque diffonda “contenuti falsi”. Report – prosegue il post – tornerà a parlare dell’inviato speciale di Trump”.
Il suo nome è tornato a circolare con insistenza dopo le dichiarazioni a sorpresa della first lady per smentire qualsiasi collegamento con Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell, anche se dalle mail e dai messaggi contenuti nei file emerge che si conoscessero (la complice del finanziere pedofilo la chiamava “sweet pea”). Zampolli ha confermato a Report di essere stato lui a introdurre Melania al tycoon attraverso la sua agenzia di modelle ID Models, ma nel corso della puntata si è espresso anche sulle giovani che ha visto con Epstein: “Sapevo che aveva le ragazze – ha detto -, ma non erano le mie perché non erano neanche modelle…ragazzine, minorenni, massaggiatrici. Le modelle erano un cover up per questo Epstein“. Smentisce con lui qualsiasi collegamento, ma dagli Epstein files emerge anche che volesse acquisire insieme a lui un’agenzia di modelle attraversata da scandali sessuali. L’acquisizione poi, sfumò, ma tra le decine di modelle dell’agenzia di Zampolli c’è anche Adriana Mucinska, nota anche come Adriana Ross. Diventò intima di Epstein, e per questo ritenuta una potenziale sua complice. Sempre nello stesso servizio di Report, Amanda Ungaro – ex compagna di Zampolli e madre del loro figlio 16enne, arrestata per frode negli Usa e che secondo il Nyt è stata deportata in Brasile dall’Ice su pressione dell’ex – dichiara di averlo conosciuto a 15 anni e che lui venne a cercarla in Brasile due anni dopo. Da lì è nato un rapporto tossico durato vent’anni.
La vicinanza istituzionale a Trump però, non nasce solo con la nomina a marzo 2025 come inviato speciale per le partnership globali. Già cinque anni prima, in pieno Covid, Zampolli era stato chiamato nel board del Kennedy Center, da dicembre rinominato “The Donald Trump and the John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. Ma andiamo con ordine: il 22 dicembre 2020 il capo della Casa Bianca lo nomina membro del consiglio di amministrazione. Tra le decine di persone promosse nello stesso ruolo c’è anche Pam Bondi, che diventerà Segretario alla Giustizia per poi essere rimossa a causa di una malagestione del caso Epstein. All’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump, scrive il New York Times, ha deciso di licenziare tutti i membri del consiglio nominati da Biden e si è fatto eleggere presidente, circondandosi così solo da un gruppo di fedelissimi, Zampolli incluso. L’edificio, travolto da una pesante crisi finanziaria, verrà chiuso dopo il 4 luglio per lavori di ristrutturazione da 200 milioni di dollari, che dureranno due anni. Chi ci lavora, si aspetta licenziamenti di massa, visto che è stata annunciata la “riduzione all’osso” dello staff. Secondo dipendenti sentiti mesi fa dal Washington Post in anonimato per timore di ritorsioni, si tratta una “crisi auto-inflitta”. Diversi di loro hanno accusato la nuova leadership del Kennedy Center sotto l’amministrazione Trump di aver mascherato sotto la parola “ristrutturazione” il “fallimento nella guida dell’istituzione che ha provocato un calo a picco nelle vendite dei biglietti, nella fiducia dei donatori e nella partecipazione degli artisti alla programmazione”. Di fatto, da quando Trump ha iniziato a imprimere il suo marchio sul centro culturale liberandolo, a suo avviso, da quella ondata woke che lo ha caratterizzato negli ultimi anni, molti artisti hanno deciso di boicottare l’istituzione in protesta contro le scelte del presidente. Questo non ha fermato la Casa Bianca, andata avanti con decisione nella riorganizzazione dell’istituto, anche introducendo l’obbligo dell’inno nazionale prima di ogni spettacolo. Già nel suo primo mandato Trump aveva messo gli occhi sul Kennedy Center ma, non essendo riuscito a farlo suo, aveva deciso di boicottarlo. Nel suo secondo mandato invece si è mosso con forza ed è riuscito nell’impresa di assumere il controllo dell’istituto, così come ha fatto di altri edifici e istituzioni a Washington. Fra queste l’Institute of peace ribattezzato dal Dipartimento di Stato di Marco Rubio ‘Donald J Trump Institute of Peace’.
A rimodellare per conto di Trump il Kennedy Center, c’è anche Paolo Zampolli che, in un’intervista al New York Times il 10 marzo 2025 ha espresso la sua visione per l’ammodernamento della struttura: “Vorrebbe che il centro lanciasse opere d’arte nello spazio con l’aiuto di Elon Musk, ospitasse sfilate di moda di Valentino e aprisse un porto turistico sul Potomac e un ristorante Cipriani“. Zampolli, ha spiegato, punta a trasformare l’istituzione “una meta turistica di riferimento”. Tutto il suo focus è sui ricavi: si potrebbe, dice, “concedere in franchising il nome del Kennedy Center in Europa, Asia e Medio Oriente, come fa il Louvre ad Abu Dhabi. Sarebbe un’operazione molto redditizia“. E ancora, “costruire un piccolo porticciolo e, nel fine settimana, ormeggiare lì gli yacht”. Ma ha anche un’idea per lanciare l’istituzione nello spazio: “Un artista vivente – ha detto – potrebbe realizzare tre opere d’arte. Una da mandare nello spazio, una da mettere all’asta per raccogliere fondi e una da far viaggiare. Immaginate una miniatura del toro di Wall Street, una minuscola, di 10 centimetri, sulla Stazione spaziale internazionale“.