Il 19 agosto 2011, il filosofo Slavoj Žižek, in un articolo pubblicato sulla London Review of Books, dal titolo “Saccheggiatori di tutto il mondo unitevi”, così descriveva la situazione in Egitto: “Sfortunatamente, l’estate egiziana del 2011 sarà ricordata per aver segnato la fine della rivoluzione, il momento in cui il suo potenziale di emancipazione è stato soffocato”.

In effetti, proprio quando Žižek scriveva, piazza Tahrir veniva brutalmente evacuata, migliaia di manifestanti arrestati e processati dai tribunali militari e nuove leggi repressive approvate. Tutto volgeva al peggio. La situazione non è migliorata nei mesi seguenti: l’esercito ha perfino reintrodotto la legge di Mubarak sullo “stato di emergenza”, gli arresti sono aumentati, gli attacchi contro i lavoratori, i sindacati indipendenti e le organizzazioni politiche di sinistra sono diventati sempre più violenti e pericolosi. Anche i gruppi islamisti, che erano rimasti emarginati nelle prime settimane delle sollevazioni di massa del 2011, hanno ripreso ora vigore e sono tornati ad alzare la voce e a puntare l’indice contro i manifestanti e gli scioperanti.

Eppure, in Egitto, nulla sembra essere sedato! Nessun manifestante (lavoratore o studente) si è ritirato a vita privata o ha abbassato la guardia. Nessun movimento ha cancellato lo stato di agitazione o si è sciolto. Al contrario, essi crescono in quantità e in qualità, giorno dopo giorno. Gli scioperi (selvaggi e a oltranza) continuano e si espandono senza sosta, in ogni fabbrica, in ogni istituzione, in ogni angolo del Paese, come uno tsunami a cui nulla può resistere. Non a caso, infatti, Washington Post scriveva a novembre: “Una nuova ondata di scioperi è esplosa in tutto il Paese e scioperi di tali dimensioni non si registravano dalle prime settimane della rivoluzione”.

Allora, che succede? La rivoluzione è finita? Ha già fatto il suo tempo, come ci avverte Žižek, oppure è all’inizio dell’opera, avendo davanti a sé nuovi e ampi orizzonti da dipingere?

Il contesto, a dire il vero, è assai complesso e l’esito dei processi sociali e politici in atto non è affatto scontato. Da un lato, ci sono le forze politiche uscite vittoriose dalle ultime elezioni. Si tratta, in particolare, del partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani e del partito salafita el-Nur, seguiti dalla coalizione liberale Blocco Egiziano. La presenza delle forze di sinistra e delle donne resta assai minoritaria (c’è molto da dire sull’attuale sistema elettorale egiziano e come questo sistema abbia potuto favorire certe formazioni politiche, ma non è possibile affrontare oggi, in questo post, un tema di tale complessità e vastità).

Dall’altro lato, invece, ci sono i movimenti sociali, che crescono in qualità e in quantità: c’è, in particolare, il movimento dei lavoratori, con i suoi innumerevoli comitati di sciopero e i nuovi sindacati indipendenti (come, ad esempio, il Retau e l’Efitu), poi ci sono i movimenti degli studenti nelle università (compresi gli studenti delle università islamiche, come quella antica di el-Azhar), quelli dei giovani semiproletari che vivono nelle periferie delle metropoli e c’è perfino il movimento degli imam, i quali negli ultimi mesi hanno protestato più volte. A settembre, ad esempio, gli imam e i predicatori del governatorato di Assyut hanno scioperato: in 500 si sono rifiutati di predicare il sermone del venerdì in segno di protesta contro il taglio della loro paga.

Al centro della scena politica, però, c’è l’esercito egiziano, che governa il Paese dalla caduta di Mubarak. Gli analisti sono divisi sul destino del Consiglio Supremo delle Forze Armate (Scaf): alcuni pensano che l’esercito non lascerà facilmente il potere ai civili e altri, invece, affermano che l’esercito non ricava alcun beneficio dal continuare ad esporsi così tanto politicamente, potendo controllare ogni governo civile da dietro le quinte, a causa del suo enorme potere, politico ed economico (l’esercito egiziano riceve ogni anno un finanziamento di 1,3 miliardi di dollari direttamente dal governo statunitense).

Quello che accadrà lo vedremo a breve. Anche perché molte organizzazioni, comitati e associazioni hanno indetto una protesta in piazza Tahrir per il prossimo 25 gennaio, data in cui un anno fa ebbe inizio la “rivoluzione egiziana”. L’obiettivo della protesta questa volta è chiedere la fine del governo militare. Niente male come salto, se soltanto si pensa che, esattamente un anno fa, si poteva essere linciati dagli stessi manifestanti che chiedevano la fine di Mubarak se si parlava male dell’esercito.

La convocazione di una nuova grande manifestazione in piazza Tahrir il 25 gennaio prossimo, cioè due giorni dopo la prima riunione della nuova Assemblea nazionale a seguito delle prime elezioni post-Mubarak, ci dice che – proprio come ha affermato lo studioso Gennaro Gervasio qualche giorno fa sul Manifesto – non si può ridurre la rivoluzione egiziana alla competizione elettorale. Se si continua a fare ciò, come spesso gli analisti occidentali hanno fatto in questi mesi, si continuerà a considerare la rivoluzione egiziana come un inspiegabile susseguirsi di manifestazioni, scontri e violenze casuali.

Per comprendere la rivoluzione egiziana, l’intreccio di ragioni politiche e sociali che la caratterizzano, nonché le sue, ancora vive, rivendicazioni di fondo (giustizia sociale, dignità, libertà), bisogna rivolgere lo sguardo in basso, laggiù dove regna la disperazione, lo sfruttamento, l’alienazione, la fame. Il 40% della popolazione egiziana vive al di sotto della soglia di povertà, cioè con meno di 2 $ al giorno e la maggior parte della popolazione, almeno il 75% (si tratta di quasi 55 milioni di egiziani!), spende in cibo quasi interamente il suo reddito. Tutto questo dopo la terapia ventennale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Cosa accadrà a Tahrir lo vedremo presto. C’è però chi, in Occidente, ha deciso di non restare a guardare, ma di manifestare e solidarizzare con i rivoluzionari egiziani. Vi saranno, infatti, eventi, proteste e sit-in un po’ ovunque, dal 21 al 25 gennaio: New York, Vancouver, Toronto, Ottawa, Boston, Washington, Chicago, Minnesota, Oslo, Madrid, Londra, Dublino,Venezia, Napoli… Tutti quanti uniti nel grido “La rivoluzione non è finita”.