Il ministro della Giustizia Paola Severino

Si è dissociato pubblicamente da Cosa Nostra. E in cambio il neoministro della Giustizia Paola Severino gli ha revocato il regime di carcere duro. E’ successo a Caltanissetta dove Gaetano Giovanni D’Angelo, già condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi per mafia, ha preso le distanze dall’associazione criminale. D’Angelo, 29 anni, era stato arrestato nel 2009 ed è considerato dagli inquirenti il giovane braccio destro del presunto boss di Enna Giancarlo Amaradio. Durante l’udienza del processo Green Line del 17 ottobre scorso, D’Angelo è intervenuto in videoconferenza dal carcere di Spoleto, dov’è detenuto, e ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee: “Mi dissocio fisicamente e moralmente dalla condotta dell’associazione e dai miei sodali di un tempo” ha detto lasciando nello stupore la corte. Non ha accusato nessuno dei suoi complici ma ha semplicemente abiurato la sua appartenenza a Cosa Nostra. Tanto però è bastato per sfuggire al 41 bis, il pesantissimo regime carcerario per i detenuti mafiosi.

Il suo legale, l’avvocato Antonio Impellizzeri ha inoltrato immediatamente istanza al Ministero della Giustizia e proprio la vigilia di Natale da via Arenula è arrivato l’input per trasferire D’Angelo al regime di detenzione ordinaria, dopo il parere positivo della Dda di Caltanissetta. “Tutto ciò è anche il risultato di una autentica e profonda rivisitazione critica – ha detto il legale di D’Angelo – operata dal mio giovane cliente rispetto a condotte ormai datate nel tempo e che propende per un giudizio favorevole di cessata pericolosità sociale. Del resto anche la procura di Caltanissetta si è dimostrata d’accordo con l’importanza della decisione del mio cliente.”

Amaro invece il commento di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra familiari delle vittime di Via dei Georgofili: “ L’annullamento del carcere duro costituisce un affronto che riteniamo gravissimo – dice la Chelli -. Vedere accettata  la  dissociazione dalla mafia, uno dei punti cardine del papello di Riina presentato allo Stato nel 1993, in sede di trattativa, con il conseguente passaggio a un regime di carcere normale  è il più bel regalo di Natale che la mafia tutta, anche quella che la notte del 27 maggio 1993 ha massacrato i nostri figli in via dei Georgofili, potesse aspettarsi in questo Natale 2011, durante un governo tecnico. Da questo momento in poi  la mafia potrà sperare davvero in un futuro migliore – continua la Presidente dell’associazione di via dei Georgofili – e tutto questo mentre le nostre vittime non hanno ancora avuto giustizia penale completa.”

La dissociazione, infatti, è da sempre stata una delle richieste principali di Cosa Nostra, che a metà degli anni ’90, intimorita dalla potenza devastante dei collaboratori di giustizia, avrebbe preferito una semplice allontanamento informale da parte dei detenuti mafiosi in cambio di benefici carcerari, più o meno come era previsto negli anni ’80 per gli appartenenti alle Brigate Rosse.

Già presente nel famoso “papello”, che conteneva le richieste del capo dei capi Totò Riina da far pervenire presumibilmente a uomini allo Stato, la dissociazione per Cosa Nostra fu rilanciata in seguito anche da Pietro Aglieri, il religiosissimo boss che attraverso alcuni sacerdoti cercò di poter comunicare a esponenti delle istituzioni la ferma volontà da parte di alcuni mafiosi di volersi consegnare, chiedendo allo Stato di poter iniziare una vita nuova senza essere obbligati ad accusare i compagni. A Riina e ad Aglieri però andò male.

Poi, nel 1996, i senatori del Ccd Melchiorre Cirami e Bruno Napoli elaborarono un disegno di legge che prevedeva una serie di benefici per i mafiosi che avessero ripudiato Cosa nostra. Nella proposta, poi rimasta nei cassetti, si concedevano sconti di pena fino a un terzo, la sospensione dei procedimenti di prevenzione in corso e una serie di misure alternative al carcere ai boss che si fossero limitati a prendere le distanze dalla mafia, senza però accusare gli altri associati. Il disegno di legge di Cirami non vide mai la luce. Nell’aprile scorso però Roberto Castelli ha raccontato che nel 2003 -2004, quando era Guardasigilli, ci sarebbero stati nuovi contatti tra mafiosi detenuti e pezzi dello Stato con al centro la dissociazione: di nuovo, benefici carcerari in cambio dell’abiura di Cosa Nostra.

Recentemente sia il politico della Lega Nord che Cirami sono stati sentiti dai magistrati della Dda di Palermo nell’ambito delle indagini sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA PRECISAZIONE DI DOMENICO GOZZO, VICARIO DELLA PROCURA DI CALTANISSETTA

In relazione all’articolo “Boss si dissocia da Cosa nostra e gli tolgono il 41 bis. Polemica contro il ministro Severino” di Giuseppe Pipitone, pubblicato su Il Fatto Quotidiano on line, preciso, quale attuale vicario della Procura di Caltanissetta, quanto segue:

  1. Gaetano Giovanni D’Angelo non si e’ mai realmente dissociato da Cosa Nostra.
  2. Il parere della Procura di Caltanissetta, impropriamente citato dall’avvocato del D’Angelo, parte proprio dalla considerazione che alcuna reale dissociazione v’e stata da parte del mafioso. Solo in relazione al venir meno degli elementi richiesti dalla legge (in particolare, tenuto conto dell’assenza di prova di attuali rapporti con Cosa Nostra del D’Angelo, e, comunque, del suo ruolo secondario e non apicale nella struttura associativa) la Procura ha ritenuto non vi fossero più i requisiti per poter mantenere il D’Angelo in regime di 41 bis o.p.
  3. Il Ministro ha, poi, condiviso il parere della Procura di Caltanissetta.
  4. La notizia è, dunque, totalmente destituita di fondamento, e purtroppo il commento della signora Maggiani Chelli, che tanto stimiamo, e’ stato influenzato dalla non corretta notizia fornitale.

Non si riesce a comprendere, poi, come sia possibile effettuare l’incredibile accostamento di un parere della Procura di Caltanissetta e di un provvedimento dell’attuale Ministro, alle richieste del papello di Riina ed alle recenti indagini della Procura di Palermo su dichiarazioni del ministro Castelli su nuove trame “dissociative”.

Si tratta di accostamento evidentemente ingiurioso per una Procura come quella di Caltanissetta, che conduce le indagini sulle stragi e sulle revoche del 41 bis avvenute nel 1992-93, e che è composta di colleghi che – per loro storia personale- ben hanno presente l’importanza del “carcere duro”, pur nei limiti fissati dalla legge.

Domenico Gozzo