La sera di Natale attorno alla piazza Rossa; Natale 1991. Dietro i vetri dell’hotel National i giornalisti aspettano con gli occhi rivolti al Cremlino dove sventola la bandiera nella quale soffia l’inverno. Bandiera di Stalin, bandiera di Breznev, bandiera di Gorbaciov. Lenin alzava gli occhi al cielo con l’orgoglio di avere incrociato gli arnesi di contadini e operai nel simbolo della rivoluzione: quel giugno 1918.

Ottantatré anni dopo la rivoluzione è il reperto sfasciato di una burocrazia che soffoca la gente, superpotenza degli stracci, e la bandiera sta per essere sostituita da una bandiera nuova che è poi la vecchia disegnata da Pietro il Grande, zar così lontano dalle anime morte di un popolo senza nome.

Anche il comunismo stava morendo e risorgevano le patrie nell’impero Unione Sovietica. Cambio di guardia a mezzanotte deciso con una pazienza che escludeva “sconvolgimenti e spargimento di sangue”, speranza dei paesi decisi a sciogliere i lacci dall’Urss per riprendersi la sovranità perduta. La banda militare aspetta. Nessun pericolo che possa scivolare su una nota: la musica dell’inno nazionale resta la stessa, solo le parole annunciano meraviglie diverse.

Gorbaciov aveva capito ciò che i conservatori del vecchio partito e l’Occidente non riuscivano a indovinare. L’Urss era finita e il presidente della perestroika provava a salvare almeno la Russia riavvicinandola al mondo cosiddetto normale.

Il timore per uno sconvolgimento che cambia la vita di tre generazioni indurisce i guardiani dell’ideologia ormai vuota: ecco il golpe che toglie di mezzo Gorbaciov, ma Boris Elstin, allergico al socialismo reale, si infila al potere e va a trovare la signora Thatcher. E le porte si aprono ai mercati del mondo libero, naufragio dell’economia quasi autarchica dell’impero.

Le ambizioni di Putin cominciano con questo ammaina bandiera. Nella notte di Natale il Cremlino festeggia il funerale della terribile utopia. La banda comincia a suonare, falce e martello spariscono nel buio mentre il tricolore dello zar si riprende la santa Russia. Non proprio una festa.

Nelle chiacchiere del National le lacrime dei camerieri e la commozione di piccoli politici e babuske che governano i piani dell’hotel. Perché cambiare bandiera è come cambiare paese, migrazione dei ricordi da cancellare, emozioni che non valgono più. E l’Urss diventa una parola scaduta nella Russia che sognava una specie di piano Marshall.

Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2011