A,ppena pochi giorni fa, il ministro della Difesa statunitense Leon Panetta, salutando le truppe in partenza da Baghdad aveva detto che “la missione di un Iraq stabile, sicuro e in grado di autogovernarsi è stata compiuta”. Parole che hanno ricordato da vicino la sfortunata uscita “missione compiuta” pronunciata da George W. Bush il primo maggio del 2003, pochi giorni dalla caduta di Baghdad.

La Capitale si è svegliata oggi come in un tragico deja vu: una serie di attacchi coordinati hanno seminato caos e morte in diverse zone della città, compresi quartieri centrali come Karrada e Halawi. Il bilancio è pesantissimo – e ancora provvisorio – almeno 57 morti e oltre 170 feriti, alcuni dei quali in condizioni gravissime.

Secondo il ministero dell’Interno, le bombe sono state una dozzina, esplose a breve distanza di tempo l’una dall’altra, nel pieno dell’ora di punta del mattino. Oltre al centro della città, sono stati colpiti tre quartieri nel nord (Adhamiya, Shuala e Shaab), Jadriya ad est, Ghazaliya a ovest e a sud le zone di al-Amil e Dura. Uno scenario che non si ripeteva dal biennio 2006-2007, picco massimo della guerra intestina tra le diverse componenti della società irachena, intrecciata con la resistenza contro l’occupazione statunitense e le azioni dei gruppi jihadisti.

Secondo il governo iracheno, non ci sono state ancora rivendicazioni ufficiali per la serie di attacchi, che cadono però in un momento particolarmente delicato per il Paese. Le ultime truppe statunitensi, infatti, hanno varcato il confine con il Kuwait la scorsa settimana e le speranze di una lenta ricostruzione della vita civile ed economica di quello che una volta era uno dei paesi più ricchi e laici (ma di certo non liberi) del Medio Oriente sono appese alla tenuta dell’accordo per la divisione del potere fra le tre principali componenti della società irachena, arabi sciiti, arabi sunniti e kurdi. Proprio questo accordo, però, è stato messo a rischio dal mandato d’arresto spiccato nei confronti del vicepresidente Tariq al-Hashimi, sunnita. Le accuse sono molto pesanti: Hashimi avrebbe ordinato l’assassinio di oppositori politici, tra il 2006 e il 2007, e addirittura pagato 3mila dollari per ogni omicidio portato a termine. Il vicepresidente, però, non ha accettato di farsi sottoporre a processo per accuse che secondo lui sono teleguidate dal presidente, Nouri al-Maliki, sciita, ed è scappato nel nord del paese, nella regione autonoma kurda. Per protesta contro le accuse ad al-Hashimi, tutto il cosiddetto Blocco sunnita sta boicottando da giorni i lavori del Parlamento iracheno, mentre la tensione continua a salire. Hashimi ha chiesto di potere essere processato in Kurdistan, dove secondo lui potrebbe esserci il processo equo impossibile a Baghdad. Il governo autonomo kurdo, però, è stato preso alla sprovvista alimentando nuove divisioni interne. Il presidente iracheno, infatti, il kurdo Jalal Talabani, ha appoggiato la richiesta di al-Maliki di consegnare immediatamente il vicepresidente fuggitivo; mentre il presidente del governo regionale kurdo, Massoud Barzani – storico rivale politico di Talabani – ha deciso di appoggiare Hashimi, considerato “ospite” del governo.

Le tessere di questo mosaico già complicato rischiano di impazzire ulteriormente dopo le bombe di oggi. Lo scenario che potrebbe aprirsi è quello di una nuova guerra civile “non dichiarata”, come quella che ha insanguinato il paese dal 2005 al 2007 e che è stata disinnescata solo grazie a una serie di compromessi e di silenzi sui rispettivi crimini commessi da tutte le parti coinvolte.

Gli ingredienti finali della miscela esplosiva che preoccupa Washington come anche i paesi vicini, dall’Arabia saudita alla Turchia, sono le possibili – anzi probabili, anche se mai provate con chiarezza – infiltrazioni e manovre dei servizi di intelligence degli altri due ingombranti vicini dell’Iraq, l’Iran e la Siria. Il governo siriano in particolare, nel pieno della sua crisi interna dopo otto mesi di proteste anti-regime e sanguinosa repressione, non ha gradito l’appoggio che l’Iraq ha dato, sia a parole sia nei lavori della Lega Araba, alle forze di opposizione – esistono molte antiche ruggini tra i due stati, dai tempi della “rivalità” tra il partito Baa’th siriano guidato da Assad padre e quello iracheno di Saddam Hussein.

E se anche qualche dettaglio ulteriore potrebbe venire dalle indagini sugli attacchi di oggi, non è affatto detto che questi dettagli aiutino a chiarire uno scenario talmente torbido da poter facilmente innescare una nuova, ennesima, crisi regionale.

di Joseph Zarlingo