Venerdì scorso mi trovavo a Berlino per la riunione dell’Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo. Mentre attendevo una persona nella hall di un hotel, ho cominciato a sfogliare un libro dedicato al muro di Berlino, con prefazione di Helmut Kohl, pubblicato dal noto giornale scandalistico di destra Bild.

Come a volte accade, tuttavia, al di là dei commenti e degli scritti più o meno discutibili, sono rimasto colpito dalla forza di alcune immagini. In particolare una fotografia, che ritraeva Günter Littin, un giovane che aveva tentato la fuga da Berlino Est, ripescato cadavere dalle acque della Sprea. Ho provato compassione per questo giovane e rabbia nei confronti di chi ne aveva determinato la morte.

E’ evidente che un regime che ricorre alla chiusura ermetica delle sue frontiere per impedire alla popolazione di uscire non ha alcun avvenire. Per questo possiamo dire che la condanna della storia nei confronti dei regimi cosiddetti socialisti dell’Est europeo e della Russia era già scritta da tempo, perlomeno a partire dalla degenerazione staliniana degli anni Trenta.

Ma lo stesso deve essere detto di quei regimi che invece costruiscono muri per impedire alla gente di entrare sul proprio territorio. E alla costruzione di muri di questo tipo abbiamo assistito varie volte negli ultimi tempi.

Il muro fra Messico e Stati Uniti, per esempio, o quello di fatto esistente nel Mediterraneo, che ha prodotto tante morti che si potevano evitare negli ultimi anni, le ultime ieri nei pressi della costa pugliese.

Nonostante questi muri, reali o metaforici, gli immigrati continuano ad attraversare le frontiere e, spinti dalla povertà, dalle guerre e dai disastri ambientali, a stabilirsi nei Paesi più ricchi. E’ una lotta per la vita e a fermarla non servono certo i muri, né le leggi razziste o i centri di detenzione.

Afferma l’art. 13, 2° comma, della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese».

Bastano queste poche parole a mettere in discussione le legislazioni contro l’immigrazione introdotte in tutti questi anni da Europa e Stati Uniti. Né risulta sufficiente, per evitare questa conclusione, sostenere che la Dichiarazione contempla il diritto di uscire da un Paese ma non quello di entrare in un altro. Infatti si tratta di posizione logicamente insostenibile, anche se è noto che a volte i giuristi sono inclini a disattendere la logica pur di soddisfare gli interessi del potere.

Vero è che esiste una tensione insanabile fra il diritto internazionale classico, che consente a ogni Stato di disciplinare gli ingressi e le uscite dal suo territorio, e i diritti umani.

Risultato di questa tensione sono molte tragiche morti che si potrebbero evitare con una politica di accoglienza. Ma al potere conviene lasciare in una condizione di clandestinità fasce crescenti di popolazione, per poterle sfruttare meglio o lasciarle in balia della criminalità e delle mafie.

Un tempo eravamo noi italiani a emigrare. Ciascuno di noi ha molti parenti all’estero. Il cinema italiano ha dedicato al tema film come Il cammino della speranza, il cui bel finale è davvero motivo ed immagine di speranza. Bisogna quindi continuare a battersi per la libertà di emigrare e di immigrare e per i diritti degli immigrati, anche clandestini, perché, come dice un noto slogan: Nessuna persona è illegale.

I muri sono destinati a crollare e i clandestini ad emergere. Nell’interesse di uno Stato di diritto universale basato su altrettanto universali diritti di cittadinanza. Unica soluzione praticabile per questo nostro mondo globalizzato. A questo tema sarà dedicato uno dei prossimi libri della mia collana Globalizzazione e diritto, per l’editore Aracne.