Decine di migliaia di egiziani sono tornati a protestare in piazza Tahrir, al Cairo, e in altre piazze del paese, a partire da Alessandria, per chiedere al Consiglio supremo militare di fissare un calendario preciso per il ritorno al governo civile. Secondo il quotidiano egiziano Al Masri al yaoum (Egitto oggi), la protesta è stata “dominata dalla più forte organizzazione politica, la Fratellanza musulmana“, che finora si era guardata bene dall’entrare in rotta di collisione diretta con il Consiglio militare.

Non c’erano tuttavia solo gli islamisti della Fratellanza a protestare al Cairo. Assieme a loro anche decine di migliaia di cittadini e di attivisti di organizzazioni politiche laiche, che condividono la preoccupazione per il prolungarsi del controllo militare sul governo. A innescare la protesta è stato un documento dell’esecutivo provvisorio che definisce i militari “guardiani della legittimità costituzionale”. Un’espressione molto ambigua che ha alimentato ulteriormente i timori di una permanente tutela dei generali sull’intero processo rivoluzionario che faticosamente sta cercando di portare fuori dalle incertezze del dopo Mubarak il più popoloso paese arabo (80 milioni di abitanti).

La Fratellanza è stata molto dura nel suo comunicato. Secondo l’organizzazione, il documento del governo provvisorio rafforza la “dittatura” e, se non sarà ritirato, sarà contrastato con manifestazioni politiche più dure e decise.

Alla protesta islamista in piazza Tahrir, si è unito, per esempio, un corteo convocato da organizzazioni laiche partito dal quartiere di Mohandessin dietro uno striscione con un solo slogan: “Vogliamo un presidente”. Un riferimento esplicito al processo elettorale che si avvierà il prossimo 28 novembre con la prima fase delle elezioni per il nuovo parlamento e che dovrebbe concludersi a marzo dell’anno prossimo con quelle per il nuovo capo di Stato. I manifestanti chiedevano al Consiglio supremo di impegnarsi a lasciare il potere al massimo entro l’aprile del 2012. Secondo l’emittente panaraba Al Jazeera, alcune organizzazioni politiche hanno lanciato l’idea di replicare l’accampamento di piazza Tahrir che dopo quasi tre settimane costrinse alle dimissioni il presidente Hosni Mubarak, a febbraio di quest’anno. Stavolta, obiettivo degli attivisti democratici dovrebbe essere il ritiro del documento “incriminato” che ha destato molti sospetti sia perché non è stato presentato all’opinione pubblica prima di essere approvato dal governo, sia perché arriva a pochi giorni dal primo, cruciale, appuntamento elettorale del nuovo Egitto.

Ad Alessandria, invece, la manifestazione ha preso un’altra piega, con una marcia, organizzata dalla Fratellanza, fino a una vicina base militare. Non per assalirla, ma per portare fino ai cancelli fisicamente e simbolicamente il dissenso verso la linea politica scelta dai generali. Il grosso dei manifestanti è atteso dopo la preghiera del venerdì ma in piazza Tahrir sono state molte le persone che hanno scelto di pregare direttamente sul posto, trasformando la piazza simbolo della rivoluzione egiziana in una grande moschea a cielo aperto.

A luglio scorso un documento simile, presentato di nuovo dal governo provvisorio, era stato bloccato dalle proteste di piazza. Il governo ha riveduto il testo, ma tanto secondo la Fratellanza quanto secondo molte forze laiche, le modifiche sono ampiamente insufficienti a garantire che, quale che sia l’esito delle elezioni, i militari si impegneranno a rispettarlo. Il timore, nemmeno celato, che la Fratellanza nutre è che in caso di vittoria elettorale del suo braccio politico, il partito Libertà e giustizia, i militari potrebbero essere tentati di intervenire per bloccare la formazione di un governo di segno islamista, per quanto moderato. Inoltre, la permanente tutela militare potrebbe influenzare la scrittura della nuova costituzione – uno dei compiti del prossimo Parlamento – in modo da imporre al Paese un sistema politico “bloccato” dall’esclusione permanente dei partiti di ispirazione religiosa, che fino alla caduta di Mubarak erano fuori legge. La Fratellanza si aspetta di vincere alle prossime elezioni, anche se probabilmente – come accaduto in Tunisia poche settimane fa – Libertà e giustizia non avrà la maggioranza assoluta dei voti e dovrà comunque formare un governo di coalizione e accettare compromessi nel disegno dell’architettura politica del nuovo stato egiziano. La dirigenza della Fratellanza, peraltro, si è già espressa in questa direzione, offrendo come modello di partito islamico moderato quello dell’Akp turco del premier Erdogan.

di Joseph Zarlingo