Il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco

“In Italia bisogna purificare l’aria ammorbata dai comportamenti licenziosi”, “la questione morale non è un’invenzione mediatica”, “la piovra della corruzione va combattuta al pari dei comitati d’affari”: parole nette e inequivocabili quelle pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione del consiglio permanente dei vescovi. Si è trattato di un intervento che il mondo cattolico (ma anche quello laico) aspettava da tempo, specie dopo le ultime critiche per i lunghi silenzi della Cei. E non è un caso che l’uscita allo scoperto sia arrivato a distanza di quattro giorni dalla presa di posizione di Benedetto XVI, che dalla Germania aveva auspicato al più presto un serio “rinnovamento etico”. Il presidente della Conferenza episcopale italiana non ha nominato direttamente il soggetto a cui era rivolta la sua reprimenda, ma i troppi riferimenti all’attualità hanno un solo significato; Bagnasco, infatti, ha parlato al potere politico e il potere politico, in Italia, ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

Un intervento a tutto tondo quello del cardinale, che ha toccato molti temi di questi giorni e li ha legati attraverso un unico, comune denominatore: la necessità di un cambiamento radicale. A 360 gradi. “I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà – ha detto Bagnasco – . Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune”. Poi la stoccata: “C’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate” ha attaccato il presidente della Cei, che poi ha sottolineato come la questione morale non sia “un’invenzione mediatica”, pur segnalando sulle inchieste in atto “l’ingente mole di strumenti di indagine”, “la dovizia delle cronache a ciò dedicate” e la presenza di “strumentalizzazioni”. Ciò non significa, secondo il cardinale, che ci possano essere equivoci, perché la questione morale “è un’evenienza grave”.

Partendo da questo dato di fatto, l’alto prelato ha sottolineato il ruolo della storia: “Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale – è stato il giudizio di Bagnasco – , allora non ci sono nè vincitori nè vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto”. Il cardinale, inoltre, non ha risparmiato considerazioni di tipo politico, sostenendo che “al punto in cui siamo è essenziale drenare tutte le risorse disponibili, intellettuali, economiche e di tempo, verso l’utilità comune: solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati contro la ‘piovra’ della corruzione e delle clientele, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta”. Quasi un appello al cambiamento della legge elettorale, quindi, a cui Bagnasco ha fatto seguire un attacco ancor più veemente contro la corruzione, sostenendo come “non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati d’affari che si autoimpongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica”. Le conseguenze per Bagnasco sono devastanti: “Il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni”.

Proprio il crollo di credibilità della rappresentanza politica ha offerto al presidente della Cei l’occasione per un annuncio che farà molto discutere:  “Sta lievitando una partecipazioneche si farebbe fatica a non registrare, e una nuova consapevolezza che la fede cristiana non danneggia in alcun modo la vita sociale. Anzi. Sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte – ha anticipato – la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che, coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita, sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie nè ingenue illusioni”.

Il quadro, per Bagnasco, è di una gravità assoluta, così come le conseguenze che essa potrà avere: “Se non si riescono a far scaturire, nel breve periodo, le condizioni psicologiche e culturali per siglare un patto intergenerazionale che, considerando anche l’apporto dei nuovi italiani, sia in grado di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano un’efficace politica per la famiglia, l’Italia non potrà invertire il proprio declino: potrà forse aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, ma si prosciugherà il destino di un popolo”.

L’Italia, infatti, per Bagnasco “non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione”. E le misure studiate dal governo non sono all’altezza, tanto che i vescovi sono rimasti colpiti dalla “riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità”. Nell’occhio del ciclone, neanche a dirlo, la politica:  “Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonchè la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico – ha detto Bagnasco – . Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui, mentre si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”. In conclusione d’intervento, l’appello del cardinale al ritorno di “misura, sobrietà, disciplina, onore” a cui è tenuto chi “sceglie la militanza politica”.

Un attacco su tutta la linea, quindi, che forse traccia la nuova linea strategica della Cei: stop alla stagione della tolleranza, avanti con l’impegno diretto. Nella vita sociale e, perché no, anche in politica.