La questione curda – nella sua dimensione militare – è violentemente tornata al centro del dibattito politico turco e della scena mediatica. A Silvan, nella provincia del sud-est di Diyarbakır, il 14 luglio uno scontro a fuoco tra l’esercito e i guerriglieri del Pkk ha fatto 13 morti tra i soldati e 5 (o 2, secondo altre fonti) tra gli assalitori. Il paese è stato travolto da un’ondata di eccitata commozione: a farne le spese, la cantante turca di origini curde Aynur Doğan che è stata sonoramente fischiata, al festival jazz di Istanbul, per aver cantato nella sua lingua: al punto da dover interrompere il concerto sotto il lancio di cuscini e bottigliette di plastica. Mentre nel quartiere periferico di Zeytinburnu, sempre nella capitale imperiale, ultranazionalisti appartenenti ai lupi grigi e appoggiati da immigrati afgani, albanesi e tatari si sono affrontati per alcune notti di seguito – prima della retata conclusiva della polizia – con gruppi di curdi apparentemente vicini, o accusati comunque di esserlo, al Pkk.

La risposta del governo Erdoğan è stata nell’immediato duplice. Da una parte, una nuova offensiva armata che ha già provocato altre vittime in entrambi gli schieramenti; dall’altra, la decisione di coinvolgere sempre più nelle azioni – in luogo dell’esercito e soprattutto dei coscritti – forze di polizia altamente specializzate e meglio coordinate direttamente dal ministero degli interni: una decisione contestata dall’opposizione kemalista del Chp, che la considera punitiva nei confronti delle forze armate già profondamente ridimensionate nel loro ruolo politico da parte del governo dell’Akp (il Partito della giustizia e dello sviluppo, di ispirazione islamica). Nel frattempo, sono state rese note le conclusioni delle due indagini parallele condotte dal ministero e dallo stato maggiore sui fatti di Silvan: che hanno concordemente individuato negligenze ed errori gravi nella pianificazione militare e deciso di interessare la magistratura – novità assoluta – per accertare e quantificare le responsabilità di alcuni ufficiali; mentre è stata rigettata l’accusa, sollevata per prima dall’agenzia di stampa curda Fırat, di fuoco amico attraverso un bombardamento aereo che avrebbe provocato un incendio mortale.

Il quotidiano indipendente Taraf, però, giovedì scorso ha parlato di un rapporto alternativo del Pkk da trasmettere ad Abdullah Öcalan, leader storico imprigionato dal 1999 sull’isola-penitenziario di Imralı nel mare di Marmara: rapporto secondo il quale a Silvan si è verificato uno scontro fortuito, non un’imboscata. Ma che differenza fa? In effetti, l’8 luglio sempre Fırat ha dato la notizia dell’accordo apparentemente raggiunto, tra Öcalan e una delegazione dello stato turco, per istituire un Consiglio di pace che avrà il compito di dare una soluzione definitiva – e politica – al problema curdo: e molti analisti hanno letto nei fatti di Silvan il tentativo dell’ala dura del Pkk di sabotare l’accordo, o comunque di dimostrare che il prigioniero di Imralı su di loro non ha alcuna influenza.

Erdoğan continua a considerare l’opzione politica come l’unica realmente risolutiva: anche a costo di scendere a patti con Öcalan. Ma prima vanno normalizzati i rapporti col Bdp, il partito curdo: che dovrebbe porre termine al suo “boicottaggio del giuramento”, per la mancata scarcerazione di alcuni neodeputati, alla ripresa delle attività parlamentari il 1° ottobre. E che è stato però coinvolto insieme alla rete di organizzazioni pro-curde Dtk nella proclamazione – proprio nel giorno dei fatti di Silvan – di una retorica più che concreta “autonomia democratica”, comunque percepita da Ankara come provocazione e inaccettabile attestato indipendentista. Il celebre giornalista Cengiz Çandar, nel pamphlet “Giù dalla montagna. Il Pkk può essere disarmato? La questione curda liberata dalla violenza” pubblicato dal think tank Tesev, ha spiegato che “se non si tiene presente l’autorità incontestata di Öcalan nel Pkk e se non si disarma [pacificamente, attraverso un’amnistia] il Pkk, è impossibile risolvere il problema curdo”. Çandar ha proposto una road map in sette tappe, tra cui figurano non solo la possibile concessione degli arresti domiciliari a Öcalan, ma soprattutto l’abbassamento della soglia di sbarramento del 10% nelle elezioni politiche che limita la rappresentatività dei curdi, una nuova definizione della cittadinanza (civica e non più etnica), il diritto all’istruzione nella lingua madre. Trovare un punto d’incontro sarà difficile: ma per la Turchia, se vuole diventare compiutamente democratica, è indispensabile.