“I risultati sono traumatici – dice Alex Rogers, direttore dell’International Programme on the State of the Ocean (Ipso) –. Se consideriamo l’effetto cumulativo di quello che gli esseri umani fanno agli oceani, ci rendiamo conto che le implicazioni di questo impatto sono molto peggio del previsto”. L’Ipso ha anticipato oggi alla britannica Bbc alcune delle conclusioni e delle analisi del suo rapporto sullo stato di salute degli oceani che verrà reso pubblico nei prossimi giorni nel quartier generale dell’Onu a New York. Il rapporto è il risultato del lavoro collettivo di una trentina di scienziati, riuniti a Oxford, per elaborare, per la prima volta, un approccio multidisciplinare allo studio dei grandi mari del pianeta. Che sono in uno stato di salute “molto critico”.

Secondo i ricercatori, infatti, “la vita negli oceani rischia di entrare in una fase di estinzione di specie marine senza precedenti nella storia umana”. Una fase che sta già facendo sentire i suoi effetti anche sugli esseri umani, responsabili, stando agli esiti della ricerca, delle attività che danneggiano gli oceani. “Confrontando le nostre ricerche – ha spiegato Rogers – ci siamo resi conto che i cambiamenti stanno avvenendo a un ritmo molto più veloce di quanto noi stessi pensassimo”.

L’esito del confronto tra biologi marini, tossicologi, esperti di barriere coralline e ittiologi è che i “nemici” degli oceani sono l’aumento della temperatura marina, l’inquinamento, l’acidificazione dell’acqua e l’eccesso di pesca. I cambiamenti in corso riguardano, per esempio, lo scioglimento delle calotte polari, l’aumento della concentrazione di metano nell’acqua marina e l’aumento del livello dei mari.

Tra i fenomeni osservati dagli scienziati, c’è l’impatto degli inquinanti: particelle di plastica e di altre sostanze tossiche si depositano sul fondo dei mari, entrando nella catena alimentare attraverso pesci e altri animali che si cibano di quello che trovano sul fondo. Non solo: è stato registrato un aumento della concentrazione di CO2 negli Oceani, a livelli ormai superiori a quelli che secondo gli scienziati sono stati responsabili dell’ultima grande estinzione di specie marine, 55 milioni di anni fa. Non è chiaro, o almeno non ci sono prove conclusive, se l’aumento sia dovuto alla crescita della CO2 nell’atmosfera, a causa delle attività umane, ma secondo gli scienziati dell’Ipso è molto probabile che ci sia un nesso tra le due cose. Alcuni fenomeni, come l’aumento dell’acidità delle acque o il rilascio del metano “imprigionato” negli oceani, secondo gli scienziati sono legati ai cicli climatici della Terra. Ma sarebbero anche aggravati, in velocità e quantità, dall’impatto delle attività umane.

Le ricette per cercare di uscire da questa trappola sono chiare, secondo l’Ipso: ridurre l’impatto ambientale della pesca, soprattutto di quella di alcune specie, ormai al limite o oltre il limite del rinnovamento biologico; estendere le aree marine protette, dove le attività ad alto impatto ambientale sono vietate; ridurre le emissioni di CO2; mappare e poi ridurre le fonti di inquinamento marino, soprattutto per la plastica, i rifiuti umani e i fertilizzanti agricoli che finiscono nel ciclo delle acque e alimentano crescite infestanti di alghe.

“Al contrario di altre generazioni umane sappiamo cosa bisogna fare adesso – ha commentato Dan Laffoley, uno degli scienziati che hanno partecipato allo studio –. E quello che va fatto, occorre farlo subito se vogliamo proteggere il cuore blu del nostro pianeta”.

Ogni mare e ogni oceano sul nostro pianeta è parte di un grande Oceano globale, dice l’Ipso sul suo sito web presentando il proprio lavoro: “Questo oceano è come il sistema circolatorio della Terra: compie molte funzioni vitali che rendono il pianeta abitabile e noi umani non possiamo sopravvivere senza di esso. Oggi l’Oceano è in uno stato di salute molto critico”. E i governi non possono dire di non esserne al corrente.

di Joseph Zarlingo – Lettera22