La Rivoluzione francese. Usando questo esempio storico il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, parlando all’assemblea di Confartigianato, definisce il momento attuale, un momento di “crisi” intesa come necessario “cambio di paradigma” in una “fase storica marcata da una fortissima discontinuità”. E, senza usare mezzi termini, manda un messaggio chiaro a quanti gli chiedono le dimissioni ritenendolo il capro espiatorio della disfatta referendaria. In primis il presidente del Consiglio Berlusconi e i suoi house horgan: “La mattina del 15 luglio 1789 il duca va dal re e gli dice, ‘Sire, hanno preso la Bastiglia’. ‘E’ una rivolta?’, chiede il re. ‘No maestà è una rivoluzione. Ma il re continua a pensare che sia una rivolta e alla fine gli tagliano la testa”. Chi ha orecchie da intendere, intenda. Se Berlusconi pensa che la doppia batosta – prima le amministrative, ora il referendum – sia soltanto una “rivolta” e non la “rivoluzione”, stia attento: la sua testa (politicamente parlando) rotolerà presto.

Al centro della polemica la riforma del fisco. ”Non si può  fare la riforma fiscale in deficit, sarebbe una contraddizione rispetto all’impegno morale che tutti i governanti devono avere in questo periodo”. Insomma, Il ministro del Tesoro gela perentoriamente le richieste che gli arrivano da ogni parte di “aprire i cordoni della borsa”. E fa un discorso di alto profilo che sembra lanciarlo più come presidente del Consiglio che come possibile dimissionario, come invece chiedono i giornali della famiglia Berlusconi, Il Giornale e Libero in primis. “La parola data va mantenuta anche nel nostro interesse – ha aggiunto Tremonti – Se vai a chiedere i soldi in giro, ti dicono ‘dammi un segno che riduci il deficit, un segno della tua serietà’ ed è quello noi che stiamo facendo”. E che Tremonti abbia ragione, nell’insistere sul rigore e la serietà, lo confermano sia Bankitalia che l’Ocse. Bankitalia che oggi ha annunciato il nuovo record del debito pubblico ad aprile salito a quota 1.890,622 miliardi di euro. L’Ocse che, sempre oggi, ha parlato di “ripresa ferma” puntando il dito specie sull’Italia che segna un “particolare calo” nell’indice previsionale. Anche la leader degli industriali Emma Marcegaglia, parlando a margine del convegno degli artigiani, ha dichiarato di trovare “interessanti” le riflessioni  di Tremonti sulla riforma fiscale: “Credo ci siano interessanti spunti per un dibattito insieme”, ha detto la Marcegaglia dopo aver comunque insistito sulla necessità di abbassare le tasse sui lavoratori dipendenti e sulle imprese.

Per il 2011 e il 2012 l’Italia ”non deve fare nessuna correzione perché quello che abbiamo fatto è sufficiente a raggiungere gli obiettivi stabiliti”, ha spiegato Tremonti sottolineando che “la correzione che dovrà essere fatta è per il prossimo biennio, il 2013-2014”. Una modifica, “molto meno drammatica di come viene considerata”. Ma l’Italia ha la responsabilità di farla, anche perché “la parola data va mantenuta, anche nel nostro interesse”. E l’Italia – ha detto Tremonti – non può presentarsi come un Paese che prende un impegno e poi non lo mantiene”. Quali ricette ha in mente Tremonti? “Credo sia giusto un sistema con tre aliquote Irpef”. L’inquilino di via XX settembre non ha dubbi: “Le aliquote più basse possibili sono il miglior investimento per combattere l’evasione fiscale“. Tremonti delinea la sua idea di nuovo sistema fiscale. Un sistema più semplice, possibilmente articolato su non più di “cinque imposte”, in cui “molti tributi minori possono essere concentrati”. Qualsiasi intervento poi, non può prescindere dalla tenuta dei conti pubblici. “Scassare il bilancio pubblico”, avverte il ministro, “è una strategia che non è nell’interesse della gente ed è prodotto dell’irresponsabilità”. L’equilibrio delle finanze statali “è la prima condizione in assoluto” anche se reperire le risorse non è impresa semplice visto che “di solito quando vai a parlare con uno ti dice: ‘taglia l’altro'”.

Per questo è “fondamentale” che anche “la politica dia l’esempio”, riducendo i propri costi. Tremonti sceglie una battuta: “Meno aerei blu e più Alitalia”. Altro bacino di rifornimento, per il ministro, è poi quello dell’assistenza. L’obiettivo deve essere l’allargamento della base imponibile sfoltendo la marea di agevolazioni, esenzioni e regimi di favori vigenti. “Questo”, dice Tremonti, “è un Paese in cui si può dedurre tutto: dalle palestre alle finestre”. E “per dare assistenza a chi deve essere assistito”, sostiene, “bisogna togliere gli assegni a quelli che hanno i ‘gipponi'”. Dalle imprese sale la richiesta di fare presto. In Italia, segnala Confartigianato, il carico tributario è superiore di 3,5 punti di Pil alla media europea: sono 54 miliardi di euro di maggiori imposte per i contribuenti. Per il presidente, Giorgio Guerrini, “serve un riequilibrio della pressione fiscale su imprese e lavoro, meno adempimenti e più fiducia tra Stato e cittadini”.

Che Tremonti sia sotto il tiro del fuoco “amico” lo testimoniano le aperture dei giornali del premier che, all’indomani della vittoria referendaria,  hanno ben chiaro in mente chi sia il capro espiatorio della disfatta che segue solo di due settimane le sconfitte alle elezioni amministrative. Il Giornale dedica al titolare dell’Economia un ritratto: “Mister Tremonti un pessimista di carattere”. “Ho sempre considerato Giulio Tremonti un problema per il centrodestra, nonostante il suo valore”, esordisce Giancarlo Perna. Ma quello che sembra un elogio si rivela subito per quello che è, una finta captatio benevolentiae prima della stoccata. Cosa dovrebbe fare Tremonti secondo Il Giornale? Andare al “centrosinistra che non ha mai puntato allo sviluppo ma piuttosto alla redistribuzione delle ricchezze, sotto il controllo occhiuto di un Fisco, tanto meglio se tremontianamente severo”. Insomma, Tremonti al posto di Bersani. Perna si cimenta più che in un’analisi politica in un ritratto psicologico del “superministro” (che è tale perché ha “troppi poteri”) che, “ritenendosi nel giusto”, si bea del suo “alone superpartes” ottenuto grazie al fatto di “essere universalmente malvisto”. Povero Tremonti, afflitto da una solitudine non “verso gli altri”, ma “interiore”. Una solitudine simile a “quella dello scacchista che, nel chiuso di una stanza, gioca entrambe le partite e tutto avviene nel suo cervello, senza che un avversario possa sorprenderlo”. Quale il risultato di questa onniscienza?, si chiede lo psicologo-giornalista. “L’immobilità più assoluta”.

Ancora più deciso sull’obiettivo il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro che a pagina cinque, su una grande foto di Tremonti, titola a caratteri cubitali in rosso: “O la borsa o la vita”. Un titolo che sul web viene smorzato in “Decide il destino del premier, ma Giulio rischia di saltare”. La tesi: il ministro è stato chiaro, “ha tutto pronto, ma sostiene che non esiste copertura per finanziare la riforma fiscale (“trovatemi gli 80 miliardi necessari”, ha detto più volte). Ma anche Silvio Berlusconi è stato altrettanto chiaro: “Lui quella riforma la vuole a tutti i costi. Crede che se non abbassa ora le tasse perderà ogni possibilità di recuperare il rapporto con il suo elettorato. E prima ancora perderà l’asse con la Lega Nord su cui poggia oggi il suo governo”, scrive Libero. “È chiaro a tutti che la linea Tremonti non può sposarsi con quella Berlusconi: divergono ampiamente”. Cosa che è già accaduta in passato quando “nel 2004 questa divergenza costò la poltrona a Tremonti”. Quale dunque la soluzione? Due, secondo Libero, le soluzioni realistiche: la resa di Tremonti o le dimissioni del ministro dell’Economia.I nomi sono già pronti: “un Domenico Siniscalco- Cincinnato o un Vittorio Grilli”. Ci sarebbe poi una “terza via” per Tremonti: “convincere la Lega a scaricare tutte le responsabilità su Berlusconi, facendo cadere l’esecutivo dopo Pontida e preparandosi ad appoggiare un governo di emergenza, magari guidato da lui stesso”. E’ la via della “Rivoluzione francese”. Quella in cui la testa del re rotola per terra.