Il premier turco Recep Tayyip Erdogan

Sesso, politica e videotape. Gli elettori turchi sono chiamati a votare, domenica 12 giugno, per il rinnovo della Grande assemblea in un sistema monocamerale: una sfida senza particolari incertezze tra il favoritissimo Akp del premier Erdoğan, il Chp kemalista che cerca il riscatto dopo la débâcle del 2007 col nuovo leader Kılıçdaroğlu, l’Mhp nazionalista che potrebbe non superare la necessaria soglia del 10% e rimanere fuori dal Parlamento, il Bdp curdo che ha invece utilizzato l’espediente di presentarsi esclusivamente nelle zone a maggioranza curda con candidati indipendenti e senza simbolo per sfuggire ai meccanismi di sbarramento. La campagna elettorale è stata come al solito accesa – con scontri tra opposte fazioni e polizia spesso sfociate in azioni violente – ma non appassionante nei contenuti: animata dai “folli progetti” infrastrutturali – così li ha personalmente definiti – presentati da Erdoğan, dalle proposte eccessivamente populiste ed economicamente insostenibili dell’opposizione kemalista, dalla ricerca di consenso – a colpi di ripetuti comizi – nelle regioni del sud-est dove il voto della minoranza curda è ambitissimo e determinante.

Contenuti scontati, marketing elettorale poco innovativo: e così l’attenzione – sia mediatica, sia popolare – si è concentrata su di un unico grande scandalo, sulla diffusione via web di una serie di video a sfondo erotico che ha costretto alle dimissioni 10 candidati dell’Mhp, che ha affossato l’Mhp nei sondaggi mettendone in forse la presenza parlamentare e la leadership di tre lustri del segretario Bahçeli. Tutto a vantaggio dell’Akp, che potrebbe acquisire quella super-maggioranza dei due terzi che gli permetterebbe – oltre che di formare il terzo governo monocolore di seguito – di riscrivere la costituzione senza scendere a patti con le opposizioni o rischiare un referendum per l’approvazione: e la nuova costituzione rappresenta un passaggio decisivo nella transizione democratica verso l’Ue in cui il partito guidato da Erdoğan è convintamente impegnato.

Ma chi ne sono i responsabili? Apparentemente degli anonimi oppositori interni, che hanno chiesto la testa di Bahçeli in cambio dell’interruzione del flusso internettiano: ma questa pista non pare sufficientemente credibile, soprattutto a ridosso delle elezioni. L’Akp, possibile beneficiario? Poco probabile: il consenso già sfiora la maggioranza assoluta, i referendum popolari sulle precedenti riforme costituzionali sono in ogni caso passati senza problemi. E se anche il complottismo in Turchia è una sorta di sport nazionale che immancabilmente coinvolge i servizi segreti, il cosiddetto ‘Stato profondo” e la Cia, è proprio il ragionamento del giornalista Kerim Balcı sul filo-governativo Zaman quello che fila meglio.

Primo, i video – sgranati e in bianco e nero, filmati con telecamere accuratamente nascoste – sono opera di professionisti; secondo, il periodo in cui sono stati girati è molto dilatato; terzo, non bisogna dimenticare che lo scorso anno proprio la diffusione di un video erotico portò alla defenestrazione dello storico leader Baykal e all’ascesa di Kılıçdaroğlu. E allora? Semplice: un’unica mano che vuole non avvantaggiare l’Akp ma rendere possibile in un futuro non troppo lontano – magari facendo cadere il governo prossimo venturo con metodi altrettanto sporchi – una coalizione Chp-Mhp, grazie a leader nuovi e ricattabili. Quanti altri video compromettenti sono in stand-by? Ricattabili dall’organizzazione golpista Ergenekon, a cui appartengono alti ufficiali e membri dell’élite laica scalzata dalle nuove classi dirigenti conservatrici: che vedono nell’Akp il nemico da abbattere sin dal 2002, che sono ben consci di come un nuovo golpe porterebbe all’isolamento internazionale della Turchia, che vogliono comunque tornare a influenzare le grandi scelte politiche ed economiche del paese. Quattro suoi (presunti) esponenti sono in prigione in attesa di processo e nelle liste del Chp, pronti a prendere posto nella Grande assemblea di Ankara: la pistola fumante non c’è ma gli indizi sono eloquenti.

di Giuseppe Mancini