L’analisi di questo primo turno di amministrative potrebbe esaurirsi nell’illuminante, quasi profetica frase che Mario Rodriguez ha consegnato a Giovanni Diamanti di Termometro Politico l’8 maggio: molto spesso le campagne si vincono per errori degli avversari, non per meriti propri. E così è stato: chi doveva vincere e non ha sbagliato (troppo) ha vinto, chi doveva vincere e ha sbagliato ha perso.

Prima di lanciarmi nell’analisi vorrei fare due premesse:

1. Il centrosinistra non ha ancora vinto le elezioni amministrative: ha ottime possibilità di vincere a Milano, altrettante di vincere a Napoli, ma per il momento non ha fatto altro che tenere Torino e Bologna. Tra l’altro non bisogna dimenticare che il centrosinistra italiano è una forza politica urbana, metropolitana, che è sempre andato bene nei grandi centri, anche quando attorno succedeva di tutto: l’anno scorso, ad esempio, Roma e Torino hanno votato a sinistra mentre Lazio e Piemonte passavano alla destra. Dunque il centrosinistra si conferma, mentre crollano le forze di Governo. L’opposizione è ancora a un quarto del percorso: deve portare a casa Milano e Napoli, deve raggiungere il quorum al referendum e costruire immediatamente la proposta per le elezioni poltiche. Non vorrei che il sacrosanto “vinciamo noi e perdono loro” accontenti tutti.

2. Inutile perdere tempo con ragionamenti sul valore nazionale del voto e sul referendum personale perso da Berlusconi: se Bossi tira dritto, Berlusconi tirerà dritto a sua volta e non ci sarà alcuno strascico di questo voto sull’effettiva tenuta del Governo. Possiamo esercitarci all’infinito con il confronto tra le cose dette in campagna elettorale e gli effetti dei risultati della tornata amministrativa, ma l’Italia, da Berlusconi, non si aspetta più la fedeltà alla parola data, dunque non è il caso di esultare troppo: bisogna insistere con più ferocia e vincere sempre. Solo così si volta pagina.

A questo punto occorre una riflessione sui risultati del voto amministrativo a Torino, Milano, Bologna e Napoli prima di cimentarsi con qualche analisi.

Torino: Fassino è stato bravissimo a condurre una campagna lucida, sobria, per certi versi elegante. Partiva dalla straordinaria eredità di consenso di Chiamparino e l’ha gestita nel migliore dei modi, come un velista in vantaggio che misura le mosse dell’avversario senza strafare. Si è messo a disposizione del Partito attraverso le Primarie, stravinte, ha aggregato una coalizione di sinistra, incassando il caldo sostegno di Vendola e riuscendo allo stesso tempo ad esprimersi apertamente a favore dell’accordo di Mirafiori senza farsi troppi nemici. Il PD ha incassato un 34% che fa impressione, il doppio del PDL, 4 volte la Lega. La sua civica di moderati è stata l’unica a ottenere un risultato eccellente tra i candidati sindaco nelle quattro grandi città italiane. Nel frattempo la lista dell’UDC (2.4%) e quella di FLI (1.4%) hanno fatto suonare un evidentissimo campanello d’allarme al Terzo Polo.

Milano: proprio mentre tutti insistono sul valore nazionale del risultato, io dirò qualcosa di completamente differente. Il 48% di Giuliano Pisapia è per grandissima parte merito suo. Sta emergendo con forza uno stile di leadership, un modo di stare nella politica, nelle relazioni coi partiti, con i cittadini, con le imprese, con le associazioni, che va oltre le campagne elettorali, la sfida contro la Moratti, la sinistra contro la destra, gli sponsor politici, l’origine della candidatura. A me Pisapia ricorda Romano Prodi. Perennemente sottovalutato dagli avversari, talvolta schernito perché diverso, distante dai modi roboanti ed eccessivi della politica-pop, eppure di successo, sia nella politica che nella professione. La Moratti ha sbagliato campagna elettorale due volte: la prima, pensando che con 15 milioni di euro di campagna di comunicazione avrebbe potuto compensare 4 anni e mezzo di assenza dal contatto coi milanesi. Forse avrebbe avuto più senso mantenere una sua coerenza nell’errore e spacciare la sua distanza per basso profilo, per governo del fare, per borghesia silenziosa, per eccesso di rispetto. Ha poi sbagliato nell’ascoltare le sirene berlusconiane per cui l’avversario è a prescindere comunista, terrorista, estremista, con gli scheletri negli armadi. Pisapia è semplicemente un uomo di sinistra, fiero delle sue origini e non per questo incapace di dialogare. Dargli dell’estremista è una stupidaggine, una falsità, un incongruenza e lo è con o senza falsi dossier. Non è una mia opinione: il dato elettorale dice che il PD a Milano ha portato ben il 28% e che è proprio il Partito Democratico il primo motore di questo piccolo miracolo. Un miracolo tutto ‘di sinistra’, dato che Pisapia ha goduto di meno dell’1% di voto disgiunto a suo favore. Il risultato del PD è per certi versi sorprendente: dopo aver perso le Primarie, dirigenti, candidati (encomiabile la sportività e la dedizione di Stefano Boeri) ed elettori hanno fatto blocco compatto e i cittadini hanno risposto alla chiamata con entusiasmo. Nel frattempo la destra ha già sbagliato l’impostazione della campagna per il ballottaggio aumentando l’evocazione comunista ed estremista riferendosi a Pisapia. E qua mi torna in mente il parallelismo con Prodi: se vi dicessero che Prodi è un terrorista, non vi mettereste a ridere?

Bologna: il centro-sinistra ha retto e ha vinto al primo turno. Se è vero che da Bologna non ci si aspettava niente di diverso, è altrettanto vero che Virginio Merola ha portato a casa una partita piena di insidie. Dopo lo scivolone di Delbono non era scontato che il ballottaggio fosse evitato. A questo va aggiunto il grande successo del Movimento5Stelle (forti ovunque, dominanti in Emilia-Romagna, al 9.5% a Bologna) e si scopre che il peso politico di questo successo è molto più alto di quello che la destra, minimizzando costantemente il cappotto subito (PD al 38%, PDL al 16%), vuol farci credere. Anche qui, come a Bologna e Torino, ci sono state le Primarie. Anche qui il PD è nettamente il primo partito, anche qui chi ha perso (Amelia Frascaroli) si è impegnato al 100% portando a casa un ottimo risultato personale e di lista. Il dato della Lega ha almeno due letture: la doppia cifra è un successo e la prova dello sfondamento nelle regioni rosse, o una mezza sconfitta per non aver sfruttato a dovere il candidato sindaco? Io propendo maggiormente per la seconda ipotesi.

Napoli: qui ci sono due livelli di analisi. Il primo: il PD, altrove dominante, qui si è fermato al 15%. Il suo candidato, Mario Morcone, non è stato espresso dalle Primarie che però ci sono state e sono state annullate. Il peggio del peggio. Nel voto a De Magistris ci sono 11 punti di voto disgiunto in entrata, un record assoluto: stiamo parlando di 50mila napoletani che hanno coscientemente votato una lista e un altro candidato sindaco non collegato. Il disgiunto pro-De Magistris la dice lunga su chi sia il favorito al ballottaggio: ha già preso 5 punti a Lettieri, tre a Morcone e tre a Pasquino e dunque il suo potenziale elettorale è ben più ampio dei recinti tradizionali alle coalizioni. Nel suo voto c’è una protesta anti-sistema e anti-PD. Morcone non poteva reggere entrambe le pressioni e ha ceduto, come probabilmente avrebbe ceduto chiunque altro. Il secondo dato, quello a mio avviso più clamoroso (ma meno reclamizzato): dopo 20 anni di amministrazione di centro-sinistra, ritenuta da molti fallimentare ma che nella democrazia dell’alternanza sarebbe stata stantia anche se eccellente, abbiamo il candidato del centro-destra fermo al 38%. Gianni Lettieri aveva dalla sua 11 liste a sostegno; la macchina da guerra del PDL campano che aveva già vinto in Provincia e in Regione e che a questo giro si è fermata al 24%; il sostegno incondizionato di Berlusconi e del Presidente del Napoli De Laurentiis, eppure la sua corsa sembra già finita. La differenza di motivazione al voto tra i suoi elettori e quelli di De Magistris e il generalizzato “vento che cambia” su scala nazionale mi pare ponga il centro-sinistra in condizioni di netto vantaggio. Anche perché sommando i voti del magistrato IDV e quelli aggregati da Morcone arriviamo al 46%. Il centrosinistra ha già 8 punti di vantaggio. Si tratta di tenere duro, senza cambiare strategia: un vantaggio che accomuna Pisapia e De Magistris, che partono in vantaggio contro avversari che invece devono per forza inventarsi qualcosa di nuovo e non hanno troppo tempo per farlo.

Nel secondo post, l’analisi del voto.