Il Pakistan non accetterà più i raid aerei degli Stati Uniti. Il nuovo capitolo della polemica tra i due Paesi, dopo il blitz Usa del 2 maggio che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden, si apre con una risoluzione in dodici punti adottata all’unanimità – ma dopo dieci ore di dibattito – dal parlamento pachistano. La richiesta agli Usa è quella di sospendere gli attacchi effetuati con i droni dalla Cia in Pakistan contro Al Qaeda e i talebani. Raid definiti “inaccettabili” e che “non contribuiscono a far avanzare la causa globale dell’eliminazione del terrorismo”.  “Il popolo pachistano non tollererà più simili azioni – ha deciso il parlamento – e il loro ripetersi può avere terribili conseguenze per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo”. Come nel caso del blitz nel covo del leader si Al Qaeda ad Abbottabad, si tratta di “azioni unilaterali” da parte degli Stati Uniti che, per il Pakistan, costituiscono anche “una violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite, della legge internazionale e delle norme umanitarie”. La risoluzione è stata adottata dopo che deputati e senatori hanno ascoltato le testimonianze a porte chiuse dei vertici militari e del capo dei servizi di intelligence (Isi), il generale Ahmed Shuja Pasha. Se gli Usa non sospenderanno i raid, i parlamentari pachistani esigono che “il governo consideri misure”, come “il ritiro delle autorizzazioni di transito accordate alla Nato” verso l’Afghanistan. Richiesta inoltre la formazione di una “commissione d’inchiesta indipendente” sul blitz americano in cui è stato ucciso Bin Laden.

E le tensioni tra Pakistan e Stati Uniti potrebbero aggravarsi dopo il fermo oggi all’aeroporto di Peshawar di Aaron Mark De Haven, un cittadino statunitense sposato con una donna pachistana. L’uomo stava per imbarcarsi su un volo verso diretto negli Usa, via Dubai. L’Agenzia investigativa federale pachistana lo avrebbe bloccato contestandogli che per disposizione giudiziaria non gli era permesso abbandonare il Paese. Il suo nome sarebbe incluso in una ‘lista nera’ del ministero dell’Interno ad Islamabad, dopo l’arresto di De Haven – lo scorso 25 febbraio – per il possesso di un permesso di soggiorno scaduto. Dopo il processo, il cittadino statunitense era stato rimesso in libertà provvisoria dietro il pagamento di una cauzione di 2 milioni di rupie pachistane, circa 16.700 euro. De Haven lavorava per una compagnia di servizi di sicurezza, la ‘Catalyst Service’.

La morte dello sceicco a capo di Al Qaeda ha portato anche all’inasprirsi delle violenze in Pakistan. Almeno sette persone sono state uccise in serata in un attentato contro un autobus di linea nella provincia del Punjab, nel centro del Paese. Lo riporta la tv ‘Samaa’, aggiungendo che i feriti dallo scoppio di una bomba a bordo del veicolo sono una ventina. Sempre oggi, una donna è morta nell’esplosione di una mina contro un convoglio militare nella regione tribale di Mohmand, nel nord ovest del Pakistan. Lo scoppio della mina avrebbe provocato anche il ferimento dei cinque agenti di sicurezza a bordo del veicolo. E’ poi salito a 89 vittime il bilancio del duplice attentato suicida di ieri contro un centro di addestramento della polizia paramilitare di frontiera a Shabqadar, a circa 30 chilometri a nord di Peshawar. La notizia arriva da un portavoce degli inquirenti, Nisar Khan Marwat, secondo cui non tutte le vittime erano reclute e tra loro ci sarebbero anche cinque civili. I feriti sarebbero 140, di cui 40 in condizioni gravi. Gli attentati sono stati rivendicati dai talebani pachistani come rappresaglia per il ‘martirio’ di Osama Bin Laden. “Il Pakistan deve unirsi all’Occidente nella lotta contro la minaccia talebana” è l’appello contenuto in una lettera inviata al presidente pachistano Asif Ali Zardari dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha espresso il suo cordoglio per le vittime dell’attacco.