Blog, video e migliaia di documenti inediti gettano luce sulla catastrofe petrolifera del Golfo del Messico. A lungo Bp e governo hanno cercato di minimizzarla. Ma ora, a più di un anno dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, che in tre mesi ha provocato lo sversamento in mare di oltre 500mila tonnellate di petrolio, Greenepeace mette a disposizione PolluterWatch, un database che raccoglie documenti inediti, incluse le registrazioni di volo dei piloti che operavano nella zona.

Obiettivo: informazione trasparente, grazie a 30mila pagine di documenti riservati. Un dossier che fa emergere le continue manipolazioni per ridurre la portata dell’allarme sul più grave disastro petrolifero di tutti i tempi. Omissioni e silenzi “strategici” che vanno a influire anche sul fronte dei risarcimenti.

Il database di Greenpeace vuole scovare i segreti dei più grandi “inquinatori” mondiali, messi in fila nella classifica di chi fa più danno all’ambiente. Sotto accusa chi cerca di “bloccare la transizione dagli sporchi combustibili fossili del passato alle fonti di energia pulita del futuro”. Una Wikileaks ambientalista che ha pubblicato la corrispondenza tra il governo americano e la British Petroleum nella primavera del 2010, rivelando le gravi inadempienze che hanno aggravato il disastro. Il dossier svela i fortissimi i contrasti con gli scienziati impegnati a valutare i danni subiti dall’ambiente marino. Il governo giura che il 75% del petrolio fuoriuscito è stato assorbito? Falso, accusano molti studiosi nei documenti che ora Greenpeace porta alla luce.

La continua sottovalutazione dell’impatto del petrolio sull’ecosistema oceanico da parte degli ufficiali governativi non è l’unico problema che emerge dai documenti di PolluterWatch. Ci ci sono anche le prove del controllo esclusivo mantenuto da Bp sui permessi di accesso degli scienziati alle aree maggiormente colpite dalla marea nera. Viene così confermato quanto la compagnia petrolifera britannica abbia cercato di manipolare a suo vantaggio le ricerche finanziate dal Fondo di Ricerca da lei stessa creato con uno stanziamento di mezzo miliardo di dollari.

Per Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, PolluterWatch dimostra che le compagnie petrolifere non esitano a occultare informazioni decisive, “pur di difendere la propria immagine e il proprio profitto”. Avverte Kert Davies, research director di Greenpeace Usa: il dossier servirà anche a “facilitare le richieste di indennizzo di migliaia di cittadini, pescatori e operatori turistici”, pesantemente danneggiati dalla marea nera. Le prove scovate dagli ecologisti potrebbero infatti pesare, ora, sul fronte dei risarcimenti.