I manifesti “fuori le Br dalle procure”, affissi nei giorni scorsi a Milano, stanno provocando un terremoto sul Pdl lombardo. E rischiano di pesare sulla campagna elettorale a Milano di Letizia Moratti, che proprio ieri Silvio Berlusconi ha caricato di valenza “politica” e “nazionale”. Prima la notizia dell’indagine aperta a carico di Roberto Lassini, candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per vilipendio dell’ordine giudiziario. Poi l’intervento del presidente Napolitano, che ha parlato di “ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta Associazione dalla parte della democrazia, per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo. Quel manifesto – ha aggiunto il capo dello Stato in una lettera indirizzata al vicepresidente del Csm Michele Vietti – rappresenta, infatti, innanzitutto una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non”.

Non solo. Napolitano ha allargato il campo alla polemica sulla giustizia: “Indica – ha aggiunto riferendosi ancora all’affissione di quei manifesti – come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni. Di qui il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti”. Una dichiarazione forte che arriva dopo gli attacchi di sabato e domenica alla magistratura da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La condanna di Napolitano arriva mentre il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e i vertici del Pdl tentano di arginare le polemiche per la candidatura di Lassini. E sperano di convincerlo a rinunciare.

Intanto continuano le indagini sui responsabili dei manifesti e scoppia la polemica politica. Insieme al candidato, altre due persone sono ritenute responsabili dalla Procura milanese dei manifesti “Fuori le Br dalle procure“. “Non mi risultano persone iscritte nel registro degli indagati”, ha dichiarato Lassini, che è anche ex sindaco di Turbigo, comune della provincia milanese, “Se lo fossi andrei a chiarire con i magistrati”. Le indagini degli inquirenti continuano, su altri cartelloni affissi sui muri cittadini – dove si legge: “Toghe rosse, ingiustizia per tutti” – e alla ricerca di altri eventuali responsabili.

Lassini è presidente dell’associazione ‘Dalla parte della Democrazia‘, firmataria dei manifesti che paragonano i pm alle brigate rosse. Ieri, al quotidiano ‘Il Giornale‘, spiegava di non aver ideato i manifesti, ma di assumersene la responsabilità in qualità di presidente dell’associazione. E ancora oggi dichiara: “Non sono io l’autore, non li farei, ma difendo gli autori. Li trovo esagerati, ma anche le accuse di vilipendio dell’ordine giudiziario lo sono”. L’intervista è stata acquisita agli atti delle indagini. E intanto il sindaco di Milano, Letizia Moratti – con l’appoggio del vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi – starebbe trattando con Mario Mantovani, coordinatore regionale del Pdl, la rinuncia di Lassini a correre alle comunali. Già ieri il sindaco aveva espresso il suo disappunto per la questione, ma sperava in un’autosospensione di Lassini. Mantovani conferma: “Lo ha chiesto il sindaco Moratti, il ministro della Difesa, il ministro della Giustizia, il ministro dell’Interno e glielo chiediamo anche noi ufficialmente”, ha dichiarato il coordinatore regionale del partito, che ha annunciato la volontà di inviare una lettera del partito a Lassini per chiedergli di compiere un passo indietro. Mantovani smentisce però di aver discusso del caso con il premier Berlusconi, durante il loro incontro in serata. “Il presidente non lo conosce”, ha spiegato.

Lassini, intanto, si dice “esterrefatto” dalle dichiarazioni di Napolitano. E alle richieste del sindaco e di Mantovani risponde: “Non mi ritiro dalla lista del Pdl di Milano”. In questo caso, secondo quanto avrebbe chiesto la Moratti oggi, toccherebbe a Mantovani firmare una lettera di dissociazione dalla sua candidatura. A difendere la corsa di Lassini al Consiglio comunale era stato stamattina ancora ‘Il Giornale‘ con un articolo dal titolo ‘Liberi di votare il candidato anti toghe‘. “Il giudizio sulla sua iniziativa lo daranno le urne”, si scrive, “Perché i cittadini saranno liberi di votarlo, come è giusto e ovvio in democrazia”. Nello stesso scritto, il quotidiano invita i magistrati ad accettare di essere messi in discussione.

Secondo fonti giudiziarie, l’autorizzazione a procedere per indagare sui presunti responsabili del manifesto sarà chiesta al ministro della Giustizia solo quando saranno definiti sia il quadro accusatorio sia gli indagati. Gli accertamenti proseguono per individuare altri presunti responsabili.

Ma intanto la possibilità di un’indagine su Roberto Lassini ha investito anche l’aula del consiglio comunale di Milano, dove il presidente dell’assemblea, Manfredi Palmeri, è stato costretto a sospendere i lavori. Al grido di “vergogna” da parte degli esponenti di centrosinistra, i consiglieri del centrodestra hanno risposto con “buffoni“. All’inizio della seduta, l’opposizione aveva issato una bandiera italiana e manifesti di protesta per la candidatura del presunto responsabile dei poster che accostano i pm alle Br: “Lassini sei la vergogna di Milano, solidarietà ai magistrati” e ancora “Chi non lo dice è complice”. “Il sindaco Moratti venga in aula per spiegare perché nella lista del suo partito c’è l’autore di questi squallidi manifesti”, ha dichiarato Basilio Rizzo, esponente della sinistra radicale, “Ne va della dignità di quest’aula”. I consiglieri del Pd, rivolgendosi ai colleghi della maggioranza, hanno poi proposto una mozione bipartisan per condannare i cartelloni anti-pm. Proposta rifiutata dai colleghi del Pdl. Per protesta, gli esponenti di minoranza hanno abbandonato l’aula, costringendo a sospendere i lavori per mancanza del numero legale.

Anche alla Camera si è discusso dei manifesti milanesi anti-pm. In apertura dei lavori, il capogruppo del Pd Dario Franceschini ha letto la lettera che Giuseppe Galli – figlio del magistrato meneghino Guido Galli, ucciso dalla Br nel 1980 – ha scritto al ‘Corriere della Sera‘ per condannare il gesto, definito una “follia che rende tutti più vulnerabili”. All’intervento di Franceschini ha risposto Fabrizio Cicchitto che, pur prendendo le distanze dai manifesti “deliranti, aberranti e deprecabili”, ha ribadito che “non si può cancellare l’esistenza di un dibattito civile anche se duro ed aspro sull’esistenza di un uso politico della giustizia che rappresenta una anomalia dello Stato di diritto”. Un uso politico, precisa  Benedetto Della Vedova di Fli, che “si fa anche quando si cerca lo scontro tra i poteri dello Stato, quando il presidente del Consiglio denuncia grotteschi ed improbabili patti scellerati tra politica e giustizia”.