Prometteva passioni, ora è un monoscopio. La televisione Dahlia ha chiuso le trasmissioni venerdì pomeriggio con un messaggio di poche righe per i 600 mila abbonati. Non sospesi: falliti.  Il mercato di chi guarda le partite di calcio, ormai spalmate sette giorni su sette, è dominato da Sky sul satellite e da Mediaset sul digitale terrestre, ex coinquilino proprio di Dhalia che per 30 milioni di euro per due anni ha comprato i diritti per la serie B e otto squadre di serie A.

Dahlia fu creata da Telecom Italia Media per provare a sfondare sul digitale e duellare con i canali a pagamento di Mediaset Premium, nel 2008 fu ceduta al gruppo scandivano Airplus Tv di proprietà di una famiglia svedese, i Wallenberg: ambiziosi imprenditori con progetti un po’ ovunque e successi da nessuna parte. Airplus pagava 24 milioni di euro per l’affitto delle frequenze di Telecom Italia Media Broadcasting, un canone così pesante che la società Dahlia Italia presto accoglie direttamente Telecom nel capitale (con il dieci per cento) e quindi nel consiglio di amministrazione. In minoranza c’è la società di produzione Made, l’azienda di Filippo Chiusano che forniva a Dahlia i contenuti per il palinsesto calcistico, diviso quasi equamente con le pellicole e i rulli porno: programmi, commenti, dirette.

A gennaio i Wallenberg hanno chiesto aiuto a Telecom, a loro dire, spesi 90 milioni di euro, Airplus era fuori gioco. Le assemblee e i piani di rilancio hanno soltanto prolungato l’agonia, finita con l’estrema unzione di Telecom: “Non siamo disposti a fare sacrifici”. Con Dhalia ormai spenta, i 150 giornalisti di Made sono in cassa integrazione i 30 dipendenti degli svedesi venerdì hanno chiuso a doppia mandata l’ufficio al centro di Roma. I lavoratori di Made sperano che il vento giri al contrario, che la manciata di servizi che restano da fare diventino presto una moltitudine: Dhalia era il cliente più grande, non il solo. Ma chi dirigeva la società ha sigillato gli scatoloni, e via.

Tutto ritorna al mittente: i diritti alla Lega Calcio che martedì ha convocato una riunione sul tema, le frequenze a Telecom Italia Media Brodcasting. Sarà interessante conoscere la strategia di Piero Vigorelli, l’amministratore delegato che dovrà riempire un vuoto e soprattutto recuperare 24 milioni di euro. Di Vigorelli, ai tempi di Mamma Rai, scrisse Dario Di Vico sul Corriere della Sera: “Nelle ore immediatamente successive alla vittoria di Silvio Berlusconi nelle elezioni del marzo ’94: girò nei corridoi di Saxa Rubra avvolto nella bandiera di Forza Italia”. E dunque di mezzo c’è sempre Mediaset che vedeva in Dahlia un avversario morbido, quasi comodo, come quelli scelti per le partite amichevoli.

La lotta lunga e logorante è con Sky, che sul satellite offre l’intero pacchetto di serie A, B e Champions League, acquistati a prezzi ben più alti del Biscione. Adesso Mediaset può assorbire con i saldi il secondo campionato italiano al completo, anche perché la Lega di serie B deve garantire i ricavi previsti alle 22 società, a dir poco in affanno senza il contributo televisivo.

Più complicato per le otto squadre di serie A oscurate: non mancano le proteste dei tifosi, ma Sky andrebbe in guerra con la Lega se dovesse venderla con lo sconto a Mediaset. Una seconda e più classica ipotesi prevede che Telecom conservi i multiplex liberati da Dahlia per ritentare l’avventura nel calcio. L’amministratore delegato di Telecom Italia Media, Giovanni Stella, sin dai primi sintomi del crac imminente ha cercato di risolvere il problema senza creare allarme: “Saremo in grado di rimpiazzarli trovando altri clienti”. Ma per il terzo polo televisivo il campo da calcio sembra troppo stretto.

da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2011