In tempo di crisi economica si taglia tutto, ma gli gli stipendi di chi lavora nelle istituzioni Ue aumentano. A deciderlo è niente di meno che la Corte di Giustizia Europea, interpellata dalla Commissione europea dopo il rifiuto degli Stati membri di accordare l’annuale aumento di paga dei dipendenti Ue. Si perché gli stipendi di chi lavora nelle istituzioni Ue aumentano “per legge” ogni anno in base alla variazione del potere d’acquisto negli 8 Paesi più ricchi d’Europa. L’Eurostat (Ufficio Statistico delle Comunità Europee) calcola l’adeguamento sulla base dei dati statistici forniti da questi stati e il Consiglio è tenuto ad adottare una decisione entro la fine dell’anno. L’adeguamento avviene sempre con un anno di distanza. Per quest’anno (2010)l’aumento era stato calcolato del 3.7%, prospettiva che aveva scatenato le proteste e la levata di scudi dei governi nazionali costretti a tagliare tutti i settori di spesa nazionale a causa della crisi economica. Nessun imbarazzo da parte della Commissione, che indispettita dalla proposta di alzarsi la busta paga di “solo l’1.85%” e, in qualità di custode dei trattati dell’UE che sanciscono tale aumento, aveva interpellato la Corte di Giustizia europea. Proprio l’alta Corte qualche giorno fa si è pronunciata a favore di Bruxelles: gli Stati membri non hanno il diritto di mettere il becco negli stipendi dei dipendenti comunitari. Maliziosamente si potrebbe vedere in questa sentenza un leggero conflitto d’interesse, dal momento che si parla anche delle buste paghe dei giudici della Corte stessa. Infatti la Commissione difende gli interessi di circa 50mila dipendenti che lavorano anche al Parlamento europeo, alla Corte di Giustizia il nuovo servizio diplomatico Ue.

Inutile dire che si tratta già di stipendi d’oro, visto che si va dai circa 2600 euro lordi per una segretaria ai circa 18mila euro lordi per un capo dipartimento. Cifre che al netto non cambiano più di tanto, visto che i dipendenti Ue godono di un regime fiscale a dir poco agevolato dal momento che non pagano le tasse nazionali ma solo delle trattenute, circa il 25%, direttamente all’Ue. E poi bisogna aggiungere un 16 % d’indennità detta “di espatrio” per il fatto di vivere a Bruxelles, una delle più vive città d’Europa, Strasburgo o Lussemburgo. Senza contare le vantaggiose condizioni di lavoro, le ferie pagate (2 mesi tondi nel 2010 per i dipendenti del Parlamento europeo), rimborsi per visite e spese mediche e tanto altro.

La bagarre tra Commissione e Consiglio Ue (che rappresenta gli interessi degli Stati membri) è scoppiata lo scorso dicembre, quando il Consiglio ha approvato un aumento del 1.85% invece che del 3.7% per la crisi economica che attanaglia le casse di tutta Europa. Subito il No della Commissione che si è giustificata ricordando che l’aumento previsto si basa su statistiche sul potere d’acquisto dell’anno precedente (2009), quando la crisi non era ancora scoppiata. Sta di fatto che da allora gli stipendi Ue sono rimasti congelati in attesa della pronuncia della Corte di Giustizia.

A quanto pare il Consiglio ha evocato una clausola nel Regolamento del personale Ue secondo la quale si può mettere mano agli accordi “in caso di serio ed improvviso deterioramento della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione” (art 10 allegato XI). Ma un portavoce della Commissione, con non poca faccia tosta, ha risposto che la crisi economica “non è stata improvvisa”. Insomma, una bella scusa.

Adesso bisogna vedere quale impatto la sentenza della Corte avrà sui negoziati tra Commissione e Consiglio, soprattutto visto che l’accordo per il budget 2011 dell’Ue è tuttora al palo. Dopo la rivolta di Gran Bretagna e Olanda, seguite a ruota da Francia e Germania, è stato bocciato senza ricorso l’aumento del 5.9% dell’intero budget comunitario che andrebbe a finanziare non solo il funzionamento dell’Ue ma anche tutti i fondi comunitari destinati agli Stati membri.

Alla soddisafazione di Michael Mann, portavoce del vice presidente della Commissione Maroš Šefčovič, per il verdetto della Corte, risponde Open Europe , think-tank europea: “Mentre tutti gli Stati stanno tagliando le proprie spese, i contribuenti europei non potrebbero che considerare fuori luogo un aumento degli stipendi Ue”. Proprio in questi giorni il governo di Dublino ha annunciato le misure della manovra correttiva quadriennale da 15 miliardi per salvare l’ Irlanda dal baratro del fallimento: stipendi ridotti per i nuovi assunti nella pubblica amministrazione e licenziamenti per i vecchi; revisione al ribasso delle pensioni pubbliche aumento dell’Iva; tagli al welfare. La Commissione ha comunque annunciato che nel 2012 verranno rivisti i parametri degli stipendi dei propri dipendenti.