Un giornale, questo giornale, è come un matrimonio: metà lo fanno i giornalisti e metà i lettori. Non è retorica, è la verità. Vi racconto che cosa mi è successo questa mattina. Stavo facendo un giro di telefonate in tutta Italia per un’inchiesta che sto scrivendo. Una delle tante fortune del lavoro di giornalista è che ti porta a parlare con le persone, a sentire ogni giorno idee, prospettive e accenti diversi. Chiamo così un signore calabrese, mi presento, parliamo a lungo. Alla fine mi dice: “Io vi leggo ogni giorno, continuate così”. Non lo dico per piaggeria, non sono tipo, ma è una di quelle frasi che ti fanno sentire… direi una sensazione fisica, una specie di tepore. E’ il conforto. Passa un minuto e chiamo in Umbria, cinquecento chilometri più a Nord, un altro accento che ti fa immaginare un paesaggio diverso, e di nuovo al termine della conversazione quella frase: “Io vi leggo sempre, anche la collega che è accanto a me”.

Un caso, certo, se l’Italia fosse tutta così venderemmo sessanta milioni di copie. Però ho deciso di scrivere questo post dedicato a voi, al rapporto tra giornalisti e lettori. Un legame diverso in ogni giornale. E, direi, davvero unico al Fatto. C’è chi dice che voi siete i nostri “azionisti”: è vero, non prendendo contributi statali e dando poco spazio alla pubblicità dipendiamo per la nostra esistenza dai lettori. Insomma, siete anche i nostri “editori”.

Ma chiamarvi “azionisti” o “editori” può essere riduttivo, riduce tutto a una questione economica. Siete molto di più, siete anche amici. Addirittura mi viene da pensare a una specie di “matrimonio”. Ma proprio per questo è un legame viscerale, da entrambe le parti. Capita che ci incoraggiate, come mi è successo stamattina, ma anche che ci copriate di critiche. E’ successo anche a me, quando scrissi un’intervista a Daniele Luttazzi che forse qualcuno di voi ricorderà. Arrivarono mille messaggi, anche durissimi. Vi dirò la verità, ci rimasi male. Mi sentii non capito, deluso. Ricordo in particolare un messaggio che mi paragonava a Bruno Vespa: la prima reazione fu quella di rispondere con due parole: “Vada affanculo”.

E qui vi faccio una domanda: voi che cosa avreste risposto?

Di più, vi chiedo un consiglio: voi che cosa rispondereste ai lettori che vi manifestano rabbia, disappunto? E a quelli che vi insultano?

Per fortuna – anche grazie al consiglio del collega Eduardo Di Blasi – prima di scrivere ci pensai un attimo. Provai a rispondere a tutte le mail di critica che arrivarono al giornale. Affermai le mie ragioni, spiegai come avevo lavorato. Ne vennero fuori corrispondenze talvolta anche dure, ma sempre interessanti. Addirittura qualche amicizia epistolare.

Ma soprattutto capii una cosa: questo è un giornale diverso, per questo io l’ho scelto e credo anche voi. Chi ci scrive e chi lo legge ci mette l’anima. E quindi ha reazioni istintive. Se non bisogna lasciarsi prendere troppo dall’entusiasmo quando sono positive, non bisogna avvilirsi quando arrivano le critiche.

Il rapporto vero, profondo, con i lettori deve essere proprio come l’amicizia: fatto di reciproco sostegno, ma anche di sincerità e senso critico. Sempre rispettandosi a vicenda.

Un rapporto, però, anche complesso. Proprio come nei legami affettivi. E’ vero, c’è un elemento “mercantile” nel nostro rapporto, ogni giorno voi pagate un euro e 20 per leggerci.

Ditemi se siete d’accordo, però credo che i lettori non paghino per sentirsi dire quello che vogliono, ma per consentirci di essere liberi. E quindi per esserlo anche loro.

Ecco il nodo della questione. Nel commercio si dice: “Il cliente ha sempre ragione”. Chissà. Ma nei giornali non può essere così: le ragioni del lettore vanno sempre ascoltate, ma il lettore non ha sempre ragione (così come i giornali non sono la Bibbia).

Non vale soltanto per il Fatto, ma per tutti i giornali. Senza i lettori noi non avremmo ragione di esistere. Ovvio, prima di tutto perché non avremmo un euro. Ma soprattutto per ragioni più profonde.

Scrivere un articolo è una forma di dialogo, non ha senso se nessuno ascolta. Capita a me, come a tutti i miei colleghi, quando ci mettiamo davanti al computer e prendiamo a battere i tasti: vediamo davanti a noi le persone che ci leggono. Immaginiamo prima di tutto i volti degli amici, ma anche migliaia di altri. E’ una vertigine: parli e vedi le tue parole arrivare per le strade di città che non conosci, in abitazioni che non visiterai mai. E parli… anzi, scrivi.

Certo, il desiderio – talvolta, direi, la tentazione – è che le nostre parole siano sempre accolte con simpatia. Ovvio, mi auguro che sia così, soprattutto al Fatto. In questo giornale giornalisti e lettori condividono molto. No, non intendo che tutti noi abbiamo le stesse idee (soprattutto quelle politiche), parlo piuttosto di ideali, una parola che ormai temiamo di usare. Condividiamo, credo, una visione simile del ruolo che ci spetta come persone e cittadini. Il Fatto è di sicuro un giornale di parte, ma assolutamente non di una parte politica. Ha una visione ideale precisa, non, però, ideologica.

E, però, qui ci dobbiamo fermare. I ruoli si separano (ed è fondamentale che restino distinti). Il giornalista lavora a un’inchiesta, racconta un evento di cui è stato testimone, e poi scrive cercando di non imporre la propria visione. Limitandosi a riportare ciò che accade. Se ha fiducia nelle proprie idee deve pensare che queste siano confermate dalla semplice descrizione dei fatti. Se, invece, li modifica e distorce, significa che non ha fiducia in ciò che pensa.

Il lettore deve essere sempre davanti a lui. Ma non troppo accanto. Il cronista che decide di distorcere i fatti tradisce la sua professione e, appunto, il lettore. Chissà, a volte magari lo fa perché vuole manipolare l’opinione altrui. O magari proprio perché spera di non ricevere critiche, ma elogi. In entrambi i casi sbaglia e fa un torto a chi lo legge.

E il ruolo di voi lettori quale deve essere? Vorrei che la risposta mi venisse da voi. Provo a dirvi come la vedo io. E’ un ruolo scomodo e complesso. Il primo rischio è quello di essere blanditi, di trovare cioè giornalisti che sono pronti a descrivere gli eventi come voi vorreste leggerli. Omettendo circostanze che renderebbero le questioni complesse, che non lascerebbero tracciare un confine preciso tra giusto e sbagliato. Diffidate, se posso darvi un consiglio, dei giornalisti e dei giornali che confermano sempre ciò che già pensate.

E’ vero, però, anche il contrario: se un giornalista non vi convince, reagite. Cacciate via il giornale, cambiate quotidiano. Oppure, come fanno tanti lettori del Fatto, scriveteci (posso darvi un consiglio? Evitate i messaggi di insulti anonimi). Cercate di capire perché il cronista ha scritto quell’articolo.

Il giornalista ha il dovere di ascoltare le critiche che gli vengono mosse e di ammettere pubblicamente gli errori. Di tenerne conto in futuro. Il lettore deve provare a capire se il cronista ha sbagliato in buona fede, se è stato disonesto oppure se aveva ragione.

La vera amicizia è questa: ascoltarsi reciprocamente. Litigare, affrontare le crisi, ma avere sempre un colloquio. Insomma, è una questione di fiducia.

Un giornalista, soprattutto quando affronta ostilità, addirittura pericoli, si fa molti nemici. E’, deve essere, solo di fronte al potere, di qualunque natura esso sia. Per questo la compagnia dei lettori è essenziale. Un confine sottilissimo: non può scrivere per cercare il vostro consenso, ma ha bisogno del vostro sostegno.

Se ripenso, nel mio piccolo, alle inchieste che ho fatto, credo che non sarei andato da nessuna parte senza i lettori. Ricordo la battaglia contro il cemento che si sta mangiando l’Italia e la mia Liguria. Con il collega (e grande amico) Marco Preve di Repubblica affrontammo pressioni e calunnie di ogni genere che provenivano dal centrosinistra e dal centrodestra e che tanto male mi hanno fatto (alla vita personale e alla carriera). Ecco, se non avessi avuto al mio fianco Marco e tanti cittadini-lettori mi sarei lasciato prendere dallo scoramento, avrei lasciato perdere. Così anche quando con Marco Menduni e il direttore Lanfranco Vaccari (amici, prima che colleghi) affrontammo l’inchiesta dei 90 miliardi di euro che le società concessionarie delle slot machine secondo la Corte dei Conti devono pagare allo Stato: furono mesi di solitudine, perfino di paura, perché il settore dei giochi sta tanto a cuore ai partiti e alla criminalità organizzata. Poi al Secolo XIX, il giornale per cui lavoravo allora, arrivarono migliaia di mail di sostegno. E non ci fermammo.

Questo non per dire quanto sono stato bravo. Anzi, il contrario. Senza la compagnia dei lettori il cronista non può lavorare.

E voi come la pensate?