Giovanni Falcetta, docente di ruolo di Lettere nella Scuola Secondaria di II grado, ha inviato a questo e ad altri giornali un appello-documentazione, relativo ad una delle tante paradossali conseguenze dell’irresponsabilità e della noncuranza con cui questo governo continua a innescare nella scuola guerre tra poveri, che alimenta tensione sociale e disagio.

Falcetta segnala infatti una contraddizione dagli esiti surreali: la “rimozione forzosa” di docenti che abbiano maturato entro il 28/2/2010 40 anni di contributi previdenziali. Docenti che hanno ricevuto dai dirigenti scolastici delle scuole di appartenenza l’invito a restare a casa dall’1 settembre p.v. Si tratta di una – non certamente la più grave, ma pure significativa – delle conseguenze della “Madre di tutti i tagli”, la legge 133/08 che, con un art. (il 64, dal titolo inequivocabile, Contenimento di spesa nel pubblico impiego) ha prescritto il “risparmio” di 7.6 mld nella scuola e l’annullamento di 140.000 posti di lavoro tra docenti e Ata. Si prevede la “risoluzione forzosa e unilaterale del rapporto di lavoro” ma solo ” nell’ambito degli interventi per il contenimento della spesa per il pubblico impiego” (che, come si è detto, riguardano il triennio 2009-11, ndr) con la raccomandazione che “dovrà essere evitata ogni forma di aggravio erariale connesso al formarsi di ruoli in esubero”.

I docenti affermano che il loro pensionamento “forzoso”, conseguenza di “norme eccezionali” sarebbe discriminatorio nei loro confronti, rispetto ad altre situazioni contributive analoghe passate e future.
Dov’è il paradosso? Questa vicenda conferma che – nel Paese dei rogiti ad insaputa – è possibile davvero tutto e il contrario di tutto: battaglie intransigenti da parte di politici e rappresentanti del mondo economico, coadiuvati da dichiarazioni di ministri che chiedono l’innalzamento dell’età pensionabile e, contemporaneamente, provvedimenti di “rimozione forzosa” di soggetti intenzionati a continuare a lavorare.
I precari sono ovviamente contrari alle richieste di mantenimento in servizio da parte di questi insegnanti, che in realtà – però – vengono “rottamati” senza una vera contropartita sociale. Infatti il pensionamento coatto di questi docenti non incrementerà sul piano quantitativo il numero di posti disponibili per l’immissione in ruolo di precari.