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venerdì 06/07/2018

Lega, soldi e sede fantasma. Salvini: “Non so dove sia”

I 49 milioni - Il vicepremier insiste contro i pm e prenota l’incontro con Mattarella: “Contatti già in corso”, ma il Colle smentisce. I 5 Stelle stanno con i magistrati

“Via delle Stelline? Non so di cosa stia parlando”. Curioso: Matteo Salvini non conosce il recapito del suo partito. La sede della “Lega per Salvini premier” – creata in parallelo alla storica “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” – è in una stradina privata milanese a poche traverse dal Pio Albergo Trivulzio. Ma come dimostra un’inchiesta del fattoquotidiano.it, all’indirizzo della Lega per Salvini non corrisponde alcun ufficio di partito. Non c’è nulla: anche la copiosa corrispondenza inviata al (nuovo) Carroccio viene rimandata indietro. In via delle Stelline 1 c’è uno studio di commercialisti. E c’è pure una società, la Taaac srl, i cui proprietari sono nascosti dietro una fiduciaria. E il cui atto costitutivo è stato firmato da un notaio – Alberto Maria Ciambella – citato nelle inchieste dell’Espresso sul patrimonio della Lega.

Della sede “fantasma” Salvini non sa nulla. Intercettato in un corridoio del Viminale, il ministro si dice sorpreso. “Cos’è via delle Stelline?”. Più tardi, a un’altra domanda di un cronista risponde: “Approfondirò”. Non è una questione di toponomastica, ma di sostanza. La Lega per Salvini premier è il partito fotocopia del vecchio Carroccio. È stato fatto nascere a dicembre grazie a un escamotage parlamentare di Roberto Calderoli, grazie al quale la macchina da guerra di Salvini è stata dotata di un nuovo contenitore: altro simbolo, altri colori, altro statuto, altro programma, altri gruppi parlamentari, altro codice per il 2×1000, altro bilancio. Altra sede e stesso segretario, che però ne ignora l’indirizzo.

La nuova Lega per Salvini premier – che entro dicembre dovrà celebrare il congresso fondativo – nelle intenzioni dei suoi promotori è soprattutto lo strumento che può garantire la capacità di raccogliere fondi e quindi la possibilità stessa di fare politica. I soldi della Lega, come noto, sono stati posti sotto sequestro dalla procura di Genova nel processo sulla truffa aggravata di Umberto Bossi e Francesco Belsito: per la Cassazione bisogna confiscare 49 milioni, “ovunque e presso chiunque siano custoditi”. Ma con la nuova Lega, ritengono Salvini e l’uomo macchina del partito Giulio Centemero, i magistrati avrebbero a che fare con un soggetto diverso e non potrebbero intervenire.

Nel frattempo il vicepremier si limita a ripetere che quei soldi sono stati spesi per l’attività politica del Carroccio, e ad accusare i pm genovesi di voler mettere “fuori legge un partito”, “con un atteggiamento che sembra più da regime che non da democrazia”. Poi continua a tirare la giacchetta del presidente della Repubblica: “Sarei felice di incontrare Mattarella. So che già in passato seguì la vicenda ed è sensibile al fatto che ci sia diritto di parola e di espressione in Italia”. Dalla Lega sono convinti di riuscire a fissare un appuntamento non appena il Capo dello Stato tornerà dalla missione in Lituania: “Sono in corso contatti con il Quirinale”.

La circostanza però è smentita seccamente proprio dalla delegazione del Colle: “Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è all’estero ed è all’oscuro di qualunque contatto”. Nessuna comunicazione ufficiale con la Lega.

Poi ci sono i partner di governo. I Cinque Stelle non sembrano eccessivamente addolorati dai primi inciampi degli onnipresenti alleati (ieri, per dire, una giornalista in conferenza stampa ha usato per errore l’espressione “Governo Salvini”. Il diretto interessato ha riso di gusto).

Tra difendere la Lega o la Cassazione, i grillini non hanno dubbi. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha definito “berlusconiane” (tra le righe) le lamentele di Salvini sull’interferenza dei magistrati: “Tutti devono potersi difendere fino all’ultimo grado di giudizio. Poi, però, le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla seconda Repubblica” (controreplica di Salvini: “Bonafede? Ho cose più importanti di cui occuparmi”). Carlo Sibilia, sottosegretario al Viminale, lo dice ancora più chiaramente: “Urlare alla magistratura politicizzata quando qualcosa non ci sta bene ha un retrogusto berlusconiano che i cittadini vogliono dimenticare”.

Aggiornato da redazione ore 13:40 del 6/07/2018

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Tria: “Misure economiche graduali e di pari passo”

Abbandonati almeno per un momento i toni “austeri” delle ultime uscite pubbliche, ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria, intervistato da Bloomberg, è tornato a spiegare il programma del governo Conte senza puntualizzare troppi paletti del Tesoro. Il reddito di cittadinanza e il taglio delle tasse, ha detto, “devono andare di pari passo, in quanto sono” misure “necessarie per cambiare il sistema e sostenere la crescita economica”. Ha poi proseguito il ministro: “Una maggiore crescita economica deve venire dalla graduale attuazione del programma di governo” e “tale percorso ci richiederà di agire sulla composizione delle entrate e delle spese fiscali”. Secondo il ministro, inoltre, la “discontinuità” del neo esecutivo Lega-M5S “con i precedenti governi non riguarderà il livello di disavanzo, ma piuttosto il mix di politiche”. Quanto al rapporto dell’Italia con l’unione monetaria, Tria ha quindi riaffermato che “nessuno voglia uscire dall’euro” e che “non sarebbe giustificabile”, visti i numeri e le stime, un eventuale downgrade del nostro Paese da parte delle agenzie di rating.

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Manifesto contro Salvini, ma scoppia la grana “firmatari”

“Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice”. Con questa scritta in copertina su uno sfondo arcobaleno ieri la rivista Rolling Stone ha lanciato un manifesto contro il vicepremier: “Dobbiamo opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori. Not in my name, non nel mio nome, nel nostro nome”. In calce compaiono le adesioni di oltre 50 artisti e personalità del mondo della cultura tra cui Caparezza, Michele Serra, Tedua e Zerocalcare. Ma sui nomi di chi ha firmato l’appello si apre un caso: Alessandro Robecchi, giornalista del Fatto ed Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, hanno infatti dichiarato sui social di non aver firmato il manifesto, dicendosi stupiti che il loro nome risultasse fra i firmatari. Rolling Stone ha poi risposto al post su Twitter di Robecchi, affermando che quello pubblicato non era un appello e non c’erano firmatari. Robecchi ha risposto: “Sono contro Salvini, ma anche contro i furbetti che si fanno pubblicità usando il mio nome”.

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