La memoria degli adolescenti è una via di mezzo tra stupore e consapevolezza. Si muove tra quanto imparato a scuola, visto in tv, forse ascoltato dai genitori e il frivolo disimpegno di Youtube e del loro mondo digitale. I banchi sono spesso l’ultimo vero presidio della Shoah. Quasi nessuno dice frasi come “per non dimenticare”, usano citazioni di canzoni che parlano dei ricordi. Si emozionano. L’empatia è il mezzo con cui capiscono che c’è stato qualcosa di terribilmente sbagliato in passato. Sentono prima di pensare. A Cracovia sono in 100 per il viaggio della memoria al campo di Auschwitz-Birkenau organizzato dal ministero dell’Istruzione, arrivano da sette scuole, selezionate per i loro progetti. Sono attenti e rispettosi. Anche esuberanti, ma mai fuori luogo.

Fotografano, moltissimo. Solo qualcuno sfugge ai ranghi per sedersi sui binari di accesso al campo di sterminio e farsi immortalare. Qualche adulto mormora, ci si chiede se sia giusto. Quelle foto finiranno su Instagram. “Forse va bene così – conclude qualcuno – forse oggi è così che si rinnova la memoria”. È il loro linguaggio, il loro mezzo per comunicare anche ciò che è serio. Nessuno li ferma. Sui social c’è una nuova foto in con gli hashtag “Auschwitz” e “Viaggio della memoria” e una riflessione sul passato.

Manca la neve, anche in Polonia è sempre più rara. Eppure non è difficile immaginarla. Il freddo si insinua sotto cappotti e sciarpe. Gli studenti battono i piedi mentre ascoltano il racconto di ciò che accadeva. Piangono quando il rabbino intona la preghiera di fronte ai resti del forno crematorio, c’è silenzio quando suona il shofar, il tradizionale corno ebraico. Increduli percorrono i corridoi della baracca dei bambini accompagnati dalla testimonianza di chi, al tempo bambino, in quella baracca ha accumulato ricordi terribili. Tatiana Bucci aveva sei anni, oggi è una dei pochi superstiti ancora in vita. Fu imprigionata con la sorella Andra e il cuginetto, Sergio. Piange, racconta l’arrivo in treno, stretti alla madre. “Non so quanto sia durato il viaggio – dice – Ricordo che per i bisogni fisiologici c’era un secchio nel vagone e che le donne venivano nascoste dagli altri con le coperte”. Pensa ai suoi anni, oggi, “e a mia nonna, a quanto deve essere stato difficile per le persone della sua età”. Bene e male si mescolano. “Mia mamma nell’ultima sosta riuscì a far passare un biglietto in cui si diceva che eravamo stati arrestati. Solo dopo ci fu raccontato che quel pezzo di carta era stato raccolto da un ferroviere e recapitato da un carabiniere alla famiglia di papà a Fiume”. Poi l’arrivo al campo, la prima selezione, le donne portate immediatamente al gas senza essere immatricolate. “Non so spiegare perché siamo stati risparmiati: i bambini venivano gasati subito. Forse eravamo stati scambiati per gemelli e ai nazisti servivano per gli esperimenti. O forse era un problema di interpretazione della legge tedesca sulla razza mista. Nel dubbio, o li lasciavano con i genitori o venivano mandati alle sperimentazioni”.

Dice che “la vita non era vita, ma morte”. I superstiti, oggi, erano bambini allora. “Giocavamo attorno ai cadaveri, era normale. Oggi il pensiero mi atterrisce – racconta Tatiana, la voce che trema -. Pensavo che l’esistenza degli ebrei fosse questa, era l’unica che conoscevo. Facevamo la guerra con la neve, giocavamo con i sassi. Quando mia mamma veniva a trovarci, notavamo il suo cambiamento fisico e ci spaventava. Spesso rifiutavamo i suoi abbracci”. È la parte della testimonianza che segna di più gli studenti. “Solo la prima volta che sono diventata mamma e ho stretto tra le braccia la mia bambina ho capito quanto dolore dobbiamo aver provocato a nostra madre nel respingerla. Quando l’hanno trasferita, io e mia sorella non abbiamo neanche pianto. Ci siamo guardate e abbiamo detto ‘È morta, così va la vita’”.

Il sole tramonta sulla strada del ritorno da Auschwitz, dopo la deposizione della corona di fiori sul muro delle esecuzioni, la visita all’unica camera a gas scampata all’insabbiamento nazista e ai cumuli di oggetti e speranza (valigie, scarpe, utensili) sottratti agli ebrei. Parliamo con una insegnante. “Raccontare la Shoah ai ragazzi, oggi, non è semplice” ci dice. Se da un lato è molto più coinvolgente per gli studenti cercare testimonianze e fonti, anche grazie a internet, dall’altro qualcosa è cambiato.

“Riceviamo molto spesso proteste dai genitori che temono per i loro figli, ci dicono che certi temi, immagini, racconti possono essere troppo violenti per i figli”. Lo studio deve essere graduale, è chiaro, adatto all’età. “Ma a volte si esagera. Cercano di proteggerli da qualcosa che è fondamentale per la formazione della loro coscienza e del loro spessore come uomini e cittadini. L’orrore non va nascosto, ma spiegato”.

Più avanti, due studenti di 17 anni, camminano uno accanto all’altro verso l’autobus. Commentano la giornata, il dolore. Il razzismo è inconcepibile. Lei non lo capisce, è così bella la diversità! “Alle medie la mia migliore amica era marocchina – dice – e la tormentavo: volevo che continuamente scrivesse il mio nome in marocchino sulla mano. Come un tatuaggio: glielo chiedevo ogni giorno. Ero innamorata di quella scrittura, della lingua, della cultura. Avrei voluto mi insegnasse: qualche lettera l’ho anche imparata”. Accanto, li supera un membro della comunità ebraica. Barba, kippah sulla testa. “Lui deve essere ebreo”, dice il ragazzo. Lei annuisce, commenta che crede di sì, lo evince da come è vestito. Poi il dubbio: “Cioè, credo – ritratta, incerta – anche se forse è superficiale questo giudizio. Forse non dipende da come ci si veste…”. Forse sì, forse no. Si chiedono se “definire” la diversità sia giusto, quali siano le parole da usare ed evitare. Restano nell’incertezza. Continuano a camminare, in silenzio.

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