Nei suoi incontri con i ragazzi a scuola, lo scrittore israeliano Uri Orlev tiene sempre a mente il giorno in cui suo figlio gli chiese di raccontargli le sue esperienze nei campi di sterminio nazista: “Si domandò cosa avrebbe potuto capire un bambino e concluse che la risposta era solo una: la paura. È questo quello che dobbiamo fare per trasmettere la memoria della Shoah. Dare ai ragazzi un quadro al quale possano avvicinarsi”. A parlare è Maria Teresa Milano, dottore di Ebraistica, autrice, traduttrice e formatrice e curatrice con Sarah Kaminski di I bambini raccontano la Shoah (Sonda Edizioni, 128 pagg., 14 euro): con le illustrazioni di Valeria De Caterini e una introduzione di David Grossman il volume raccoglie e racconta le storie di chi è sopravvissuto ai nazisti. Autori come Lia Levi, Ela Pasternak e lo stesso Orlev ripercorrono la loro infanzia vissuta all’ombra del totalitarismo: giorni vissuti in clandestinità, nascosti dalla ferocia del mondo hitleriano. Narrare – e rivivere – è difficile, ma necessario. Soprattutto per arrivare alle nuove generazioni. “Gli studenti di liceo, medie, perfino elementari, sono preparatissimi in materia: conoscono nozioni e dettagli che i loro predecessori non sapevano”, spiega Maria Teresa Milano. È un bene, precisa, ma c’è il rischio saturazione: troppe informazioni in troppo poco tempo. “La mia, di generazione, ha avuto il diritto di imparare una cosa per volta. È importante che sia così anche per i giovanissimi di oggi, anche se il web li abitua a essere inondati di nozioni”.

Nel volume, tra le altre storie, anche un approfondimento sul ghetto di Terezin, considerato “il ghetto modello” dalla propaganda di Hitler. Milano l’ha visitato per la prima volta nel 2009 e ci torna periodicamente con le scuole. Nato come “campo di raccolta” dove internare gli ebrei cechi residenti nel protettorato di Boemia-Moravia, da qui partivano le deportazioni verso Est. Dal gennaio del 1942 comincia a ospitare artisti e intellettuali di religione ebraica provenienti da tutto il Reich. In poco tempo diventa la vetrina del regime nazista, dipinto al mondo esterno come una sorta di città felice regalata dal Führer agli ebrei. Musica classica, jazz, pittura, fini riflessioni intellettuali: secondo la propaganda, in questa fortezza poco distante da Praga si vive fra arte e allegria. Vengono aperti finti dipartimenti di economia, sanità, lavoro. Circolano banconote di tutti i tagli, che non hanno valore: sono false, come tutto il resto. “Definirlo lager è sbagliato, (non lo era) ma questo non deve bastare a scaricare la coscienza: era un’autentica macchina della morte”, spiega Milano.

In totale vengono internate a Terezin circa 140mila persone, di cui 87mila vengono deportate. Al momento della Liberazione, i sopravvissuti nel campo sono 17.320. “Chi stava nel ghetto moriva di stenti, di fame, di malattia. Il sovraffollamento era un’altra piaga della struttura. Alla fine, vennero introdotti forni crematori per bruciare i corpi. Erano troppi”. Circa 25 persone per stanza, uno spazio vitale di quasi 1,6 metri quadrati, 200 vittime al giorno per malattie e malnutrizione. Con il tempo, qualcuno comincia a leggere poesie o a fare musica, senza spartiti, di nascosto, negli attici dell’edificio. “I nazisti lo scoprono e lasciano fare, sempre a fini propagandistici. Per i prigionieri era un modo di sentirsi ancora essere umani e di non perdere la dignità”, spiega Milano. Quest’ultimo aspetto, precisa, va sottolineato con i più giovani: la capacità di ricostruire, di resistere all’orrore. Raccontare la Shoah alle scuole è sempre stato difficile e lo è anche oggi: “I ragazzi hanno a disposizione una quantità di informazioni e materiali enorme. Saper scegliere è fondamentale per non perdersi fra i dettagli, dimenticando il quadro generale. Il Giorno della Memoria non riguarda la questione ebraica, riguarda l’essere umano”.

Come fare, allora, per trasmettere il passato a studenti che – almeno a livello temporale – saranno sempre più distanti dagli orrori del regime nazista e fascista? “Prima di tutto, distribuire le informazioni in base all’età: è impossibile capire la complessità di alcuni contenuti se si è troppo piccoli”, spiega Milano. “Poi, più che lavorare sulla ripetizione degli eventi, è importante concentrarsi sulla ripetizione dei comportamenti umani, invitando gli studenti a chiedersi come si comportano davanti al male. Se non sono chiamati a interrogarsi in prima persona diventa un esercizio mnemonico, e basta”. La parola ebraica per indicare la memoria, spiega Milano, è Zachor, che indica la necessità di trasmettere il passato di generazione in generazione. Un passato di dolore e resistenza: “Terezin è l’esempio di quest’ultima. La lotta per resistere è un tema che va trasmesso ai ragazzi, senza pretendere di metterlo sulla bilancia a confronto con il male che è stato fatto: questo, nessuno potrà mai risarcirlo. La storia non va a pesi”.

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