Musica

“La paternità mi ha sconvolto. Un figlio si fa con chi, se finisce male, non ti fa la guerra. Credo in Dio a fasi alterne ma lui crede in me. L’aldilà? Un grande concerto con i biglietti troppo costosi”: così Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari

Il frontman dei Pinguini Tattici Nucleari si racconta al Corriere della Sera. Dalle ferite intime, come il fallimento Lehman Brothers che travolse il padre muratore, alla nascita del figlio Alessandro che ha ispirato il nuovo album "Replay". Fino alla politica, l'amicizia con Pezzali e il caro-live

di Redazione FqMagazine
I giovani, la politica e le cicatrici del Covid - 5/5

I giovani, la politica e le cicatrici del Covid - 5/5

Zanotti respinge l’idea di essere solo il volto sorridente di una generazione persa: “Siamo una generazione che deve reimparare un’idea comunitaria. Un tempo si falliva insieme, oggi il successo è individuale. In realtà, nessuno può avere successo da solo”, analizza. “La nostra vita è scandita dalle crisi: l’11 settembre, la Lehman, il Covid… Siamo in svantaggio numerico: siamo pochi rispetto agli anziani. Però, se ci date fiducia, noi ce la prendiamo. Ci rimbocchiamo le maniche. E possiamo farcela”.

Il suo sguardo sull’attualità è critico. Sulle proteste studentesche: “Trovo triste che faccia più rumore una vetrina rotta che non le migliaia di giovani che fuggono all’estero perché non trovano spazio in Italia; del resto fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Bisognerebbe capire quei giovani pacifici, e allo stesso tempo indagare su eventuali regie dietro ai violenti. I decreti del governo mi sono sembrati una pezza e non una vera soluzione, misure di pancia, un correre dietro alla cronaca, un indice dell’incapacità di capire le radici del problema. Ci vorrebbero soluzioni politiche, non coercizione e divieti“. Così come ritiene inutile vietare i social ai minori: “Io ci sono cresciuto coi social, in terza media mi sono iscritto a Facebook senza che i miei lo sapessero. […] Vietarli non mi sembra la strada giusta. Se allora se ne fosse parlato a scuola, forse oggi sarebbe diverso”.

Zanotti non si sottrae alle domande sulla politica istituzionale. Su Giorgia Meloni sentenzia: “Politicamente non sono vicino alla premier e alle sue battaglie ideologiche. Gli ultimi anni di governo mi sembrano caratterizzati da un immobilismo che non si può ridurre solo agli scompensi geopolitici internazionali”. Sul centrosinistra l’analisi è altrettanto severa: “Non capisco i movimenti del campo largo… Conte e Schlein mi sembrano brave persone. Lui fece un errore con il Superbonus; lei mi sembra concentrata su battaglie che non sono sentite dalla pancia dell’elettorato”. E a chi cita De Gregori per ricordargli che i cantanti non dovrebbero dare lezioni, lui risponde citando la madre e il suo autore prediletto: “Ognuno ha il dovere di farsi un’idea e ognuno ha anche il diritto di non renderla nota. Io ho optato per comunicare quello che penso. Pasolini diceva che un artista ha il dovere di parlare e anche il diritto di sbagliare”.

Infine, il capitolo doloroso legato alla sua terra, Bergamo, strenuamente difesa “dai pregiudizi di chi la vorrebbe razzista, bigotta, chiusa. Perché non è vero”. Il Covid rimane il trauma insuperabile: “Avevamo appena fatto Sanremo: un altro trauma. La nostra comunità è quella che ha sofferto di più. Ne è nata una coscienza politica, su quanto sia importante la sanità pubblica. Resta una ferita non rimarginata per la mia generazione”.

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