I giovani, la politica e le cicatrici del Covid - 5/5
Zanotti respinge l’idea di essere solo il volto sorridente di una generazione persa: “Siamo una generazione che deve reimparare un’idea comunitaria. Un tempo si falliva insieme, oggi il successo è individuale. In realtà, nessuno può avere successo da solo”, analizza. “La nostra vita è scandita dalle crisi: l’11 settembre, la Lehman, il Covid… Siamo in svantaggio numerico: siamo pochi rispetto agli anziani. Però, se ci date fiducia, noi ce la prendiamo. Ci rimbocchiamo le maniche. E possiamo farcela”.
Il suo sguardo sull’attualità è critico. Sulle proteste studentesche: “Trovo triste che faccia più rumore una vetrina rotta che non le migliaia di giovani che fuggono all’estero perché non trovano spazio in Italia; del resto fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Bisognerebbe capire quei giovani pacifici, e allo stesso tempo indagare su eventuali regie dietro ai violenti. I decreti del governo mi sono sembrati una pezza e non una vera soluzione, misure di pancia, un correre dietro alla cronaca, un indice dell’incapacità di capire le radici del problema. Ci vorrebbero soluzioni politiche, non coercizione e divieti“. Così come ritiene inutile vietare i social ai minori: “Io ci sono cresciuto coi social, in terza media mi sono iscritto a Facebook senza che i miei lo sapessero. […] Vietarli non mi sembra la strada giusta. Se allora se ne fosse parlato a scuola, forse oggi sarebbe diverso”.
Zanotti non si sottrae alle domande sulla politica istituzionale. Su Giorgia Meloni sentenzia: “Politicamente non sono vicino alla premier e alle sue battaglie ideologiche. Gli ultimi anni di governo mi sembrano caratterizzati da un immobilismo che non si può ridurre solo agli scompensi geopolitici internazionali”. Sul centrosinistra l’analisi è altrettanto severa: “Non capisco i movimenti del campo largo… Conte e Schlein mi sembrano brave persone. Lui fece un errore con il Superbonus; lei mi sembra concentrata su battaglie che non sono sentite dalla pancia dell’elettorato”. E a chi cita De Gregori per ricordargli che i cantanti non dovrebbero dare lezioni, lui risponde citando la madre e il suo autore prediletto: “Ognuno ha il dovere di farsi un’idea e ognuno ha anche il diritto di non renderla nota. Io ho optato per comunicare quello che penso. Pasolini diceva che un artista ha il dovere di parlare e anche il diritto di sbagliare”.
Infine, il capitolo doloroso legato alla sua terra, Bergamo, strenuamente difesa “dai pregiudizi di chi la vorrebbe razzista, bigotta, chiusa. Perché non è vero”. Il Covid rimane il trauma insuperabile: “Avevamo appena fatto Sanremo: un altro trauma. La nostra comunità è quella che ha sofferto di più. Ne è nata una coscienza politica, su quanto sia importante la sanità pubblica. Resta una ferita non rimarginata per la mia generazione”.