L'elogio della normalità e l'amicizia con Max Pezzali - 3/5
L’adolescenza da “metallaro”, vissuta “perché vedevo nell’estremismo il modo per darsi un’identità di persona interessante”, ha lasciato il posto a una maturità in cui l’obiettivo è l’inclusione: “La vita mi ha insegnato che è più difficile essere sobri e ho abbracciato l’idea di essere uguale a tutti”. L’etichetta di band da oratorio o da festa della birra, usata spesso come scherno, viene smontata con fierezza: “Qualcuno ha usato quelle definizioni come insulto, ma mi sembra che risponda a un’idea classista della musica che non ci appartiene. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di arrivare a più persone possibile e per farlo ci siamo sporcati le mani ovunque e ci siamo anche divertiti, dal centro sociale, all’oratorio all’aperitivo nel locale fighetto. Io trovo bellissima la normalità se è inclusiva, la normalità usata per escludere invece mi fa paura”.
Inevitabile il paragone con gli 883. Ma le differenze ci sono: “Nelle sue canzoni c’è un modo di vedere la realtà diverso dal nostro: lui la racconta come una bellissima didascalia della sua vita, parla dello specifico; io tendo a essere più universale”. Con Max Pezzali, rivela, “c’è vera amicizia. Ci aveva intercettati quando eravamo degli sconosciuti: suo nipote era venuto a vederci a una festa della birra dalle sue parti, gli ha parlato di noi e ci ha invitati a casa sua a cena la sera dopo per una pizza”.