Dal movimento censorio PMRC alle accuse di “violenza gratuita” al rap italiano - 2/5
Essendo le varie correnti del rap sovrapponibili e in costante espansione, oggi, diventa sempre più complicato (e a tratti superfluo) incasellare i vari artisti per singolo genere. Tuttavia, i trapper più strettamente adiacenti alla sottocultura e rilevanti nella nostra scena, oltre a quelli già sopracitati, sono: Shiva, Tony Boy, Rondodasosa, thasup e Capo Plaza. Alcuni di loro, tutti under 30, hanno problemi con la legge. Chi per una serie di accuse di detenzione di armi e chi per una sparatoria. E, a seguito di ogni vicenda giudiziaria, il ruolo educativo della trap (è giusto abbia questo onere?) è stato sempre messo fortemente in discussione: “Quando è stato arrestato Tony Boy, si è poi spostato il discorso su quanto il rap e la musica di Tony Boy potessero essere diseducative. Ma la maggior parte delle persone che affrontano il rap, semplicemente inserendo nel contenitore del ‘diseducativo’, è perché non ‘conoscono’ queste esperienze”, ha aggiunto Cabona.
Il dito accusatorio puntato nei confronti della trap è un fenomeno relativamente nuovo ma che, tuttavia, affonda profonde radici nella storia di vari generi musicali. Ogni era artistica, spinta dai rispettivi “movimenti giovanili”, si è dovuta scontrare con istituzioni e opinione pubblica. Il punk, ad esempio, come spiegato da Luca De Gennaro, “è stato un momento di colonna sonora di un movimento giovanile, non solo in Inghilterra. Era ribellismo giovanile rispetto alla società e a come era organizzata: è stata un po’ la musica del cambiamento”. Anche negli States, storicamente culla del rap, diverse “canzoni sono state messe alla berlina. In America – ha continuato De Gennaro – c’era questo grande movimento che si chiamava PMRC, Parents Music Research Center, che andava contro le canzoni rap, che parlavano di ghetto, di bitc**s, e in qualche modo era un po’ censorio. A capo di questa macchina c’era Tipper Gore, moglie del vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore”. E “c’erano dei dischi che venivano messi nei negozi con il bollino con scritto ‘liriche esplicite’, e firmato PMRC. Come a dire ‘state attenti a questo disco perché va contro i valori della morale comune’. Ma, ovviamente, questa era diventava un’enorme pubblicità per gli album stessi perché poi, i ragazzi, facevano a gara per accaparrarsi la musica che andava contro il sistema. In Italia, invece, ciò che ha rappresentato la colonna sonora del movimento giovanile, è stato il rap delle posse, ‘il rap dei centri sociali’, come l’arte di 99 posse, di ‘Stop al panico’, degli Assalti Frontali”, ha continuato lo speaker radiofonico.
Nei primi anni Duemila, il rap italiano, da fenomeno underground, è gradualmente diventato sempre più popolare, seppur con delle grosse difficoltà nella sua decifrazione tematica. Spartiacque sono stati i primi progetti di Fabri Fibra e dei Club Dogo. “Certe cose dei Dogo ogni tanto” venivano accusate di contenere “violenza gratuita, soprattutto attinente alle questioni di genere. Inoltre, si iniziava “ad usare dei termini abbastanza forti, descrivendo delle situazioni illegali”. “’Mr. Simpatia’, di Fibra, è stata un’esplosione pazzesca”. Il rapper, ha spiegato ancora Cabona, “aveva fatto volutamente un disco per cercare una sorta di ‘do or die’. I problemi veri sono arrivati poi due anni dopo con ‘Tradimento’, perché sono iniziate le accuse. Molti media gli davano addosso e ci fu la polemica sul brano ‘Cuore Di Latta’, perché era un pezzo dove Fibra provava ad affrontare il delitto di Omar ed Erika da un punto di vista diverso. C’era una grandissima incomprensione su quel tipo di rap”. E ancora: “Il rap arriva in Italia un po’ come un alieno. Alcuni artisti hanno preso qualche cosa che arrivava dall’America e l’hanno fatta loro perché, ovviamente, non potevano raccontare alcune dinamiche di strada dato che non era il loro ed il nostro mondo. Da noi si raccontava il disagio italianizzando, di fatto, il rap. La tradizione che abbiamo, che è di musica più leggera, popolare, rende comunque faticoso l’ingresso del rap in Italia, che è sempre stato un cortocircuito. Anche perché il nostro Paese ha spesso considerato la musica più strumento di intrattenimento che veicolo culturale”, ha detto Cabona.