Perché cambiamo ancora l'ora: l'abolizione congelata a Bruxelles - 3/5
Dietro questo rituale calendarizzato esiste un impianto normativo ben preciso, regolato a livello comunitario dalla Direttiva 2000/84/CE. L’obiettivo originario era garantire un coordinamento uniforme dei trasporti e delle comunicazioni nel mercato unico europeo, riducendo al contempo i consumi energetici attraverso un migliore sfruttamento dell’illuminazione naturale nei mesi caldi. Eppure, da anni il sistema si trova al centro di un dibattito politico mai risolto. Nel 2018 la Commissione europea promosse una consultazione pubblica che raccolse 4,6 milioni di risposte: l’84% dei cittadini si espresse a favore dell’abolizione del doppio cambio annuale, spingendo il Parlamento europeo a votare una risoluzione per archiviare il meccanismo.
La riforma è rimasta tuttavia congelata nei cassetti del Consiglio europeo a causa del mancato consenso tra gli Stati membri. Da un lato i Paesi del Nord Europa, penalizzati da estati con luce perenne e inverni rigidamente bui, hanno spinto per l’adozione definitiva dell’ora solare; dall’altro i Paesi mediterranei, tra cui l’Italia, hanno difeso l’utilità del modello attuale, facendo leva sul risparmio garantito dalle ore di luce prolungate da marzo a ottobre e sulla mancanza di evidenze scientifiche decisive riguardo a danni stabili sulla salute. Senza un accordo unanime sulla scelta tra solare o legale permanente, la procedura è rimasta ferma, lasciando in vigore il calendario storico.