«Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia». Parafrasando Leopardi: il primo red carpet non si scorda mai, ma forse il bello comincia prima, nell’attesa e nella preparazione.
Quando mi è arrivato l’invito per Venezia 83 stentavo a crederci. Il primo pensiero? «Oddio, sarò anch’io una di quelle sconosciute sul red carpet che tante volte abbiamo criticato?». Poi ho accettato. Perché, più ancora della passerella, mi attirava il dietro le quinte: capire gli ingranaggi di una macchina enorme come la Mostra del Cinema, vivendola per una volta dall’altra parte della barricata, non dal lato stampa ma da quello del red carpet.
Tutto parte dall’abito, il cuore di quel look che da giornalista di moda tante volte mi è capitato di giudicare nelle pagelle. Solo che questa volta sotto esame c’ero io. Poi trucco, capelli, ultimi ritocchi. La cosa più difficile? Posare davanti ai fotografi. Quell’aria naturale che in realtà è studiatissima: dove mettere le mani, dove guardare, quanto fermarsi. Sul tappeto rosso persino la spontaneità ha una regia. Perché il red carpet è molto meno improvvisato di quanto sembri. È regolato, cronometrato, organizzato per fasce e precedenze. Il centro resta il cinema: regista e cast sono il momento principale. Tutto il resto viene dopo. Ed è forse questo il punto da cui partire: per chi non è una star, il red carpet dura pochissimo. L’attesa, invece, dura ore.
L’invito e la macchina che si mette in moto
Nel mio caso tutto comincia a fine luglio, con un invito di SharkNinja, gruppo americano che produce piccoli elettrodomestici e dispositivi per la cura personale con i marchi Shark e Ninja. Venezia è stata scelta come occasione per presentare il nuovo Shark Beauty FlexStyle IonCurl, evoluzione del multistyler FlexStyle, pensato per asciugare e mettere in piega i capelli sfruttando il flusso d’aria e il sistema ionico per ridurre il crespo. Un gruppo di giornalisti viene invitato non soltanto a provare il prodotto, ma a testarlo in una situazione reale: prepararsi per un red carpet.
Da quel momento parte tutto. La prima questione è l’abito. Se sei un’attrice, una modella o un’influencer seguita da una maison, probabilmente hai uno showroom, un press office e una selezione di look tra cui scegliere. Se invece sei una giornalista e devi fare i conti con il tuo portafogli, il problema è molto più pratico. Serve qualcosa di elegante ma non vistoso, formale ma non troppo, adatto a Venezia ma non costruito come un abito da gala. E, soprattutto, qualcosa che possa essere riutilizzato. Non aveva molto senso comprare un vestito destinato a vivere una sera e poi restare nell’armadio. Alla fine scelgo un abito lungo nero, senza spalline, con scollo a cuore e un piccolo motivo di paillettes. Sobrio, ma non anonimo. Abbastanza formale per il Festival, abbastanza semplice da poter essere rimesso.
Poi vengono le scarpe. Ed è qui che Venezia complica tutto. Devono funzionare con l’abito, ma anche con barche, pontili, scalini, imbarcaderi e pavimentazioni tutt’altro che amiche dei tacchi. Una considerazione che guardando le fotografie finali non viene spontaneo fare. Vestito pronto. Scarpe pronte. Treno prenotato. Alla vigilia arriva il primo imprevisto: sciopero dei trasporti. Niente alta velocità. Si parte in van alle sette del mattino, tutti insieme.
L’effetto è molto meno “Festival di Venezia” e molto più gita scolastica: valigie, portabiti, autostrada, traffico, chi dorme e chi chiacchiera. Poi, arrivati al Tronchetto, finisce anche la parte terrestre del viaggio. Da lì in avanti Venezia impone le sue regole: si lascia il van e si sale in barca. Il passaggio cambia subito l’atmosfera. Entrare in città dal Canal Grande, con i palazzi che scorrono ai lati, è uno di quei momenti in cui l’immagine che ci si era fatti dell’esperienza coincide finalmente con quella reale. Arrivo in hotel, pranzo veloce, poi iniziano i preparativi.
Capelli, trucco e primo esercizio di adattamento
Guardando un red carpet da fuori, la tentazione è pensare che le celebrity abbiano semplicemente capelli perfetti, pelle perfetta e una capacità innata di arrivare davanti ai fotografi senza una piega.. Prima c’è la doccia, poi skincare, crema, capelli, trucco, ritocchi, prodotti, strumenti e soprattutto professionisti che lavorano in sequenza, spesso con tempi molto stretti. Nella suite dell’hotel è stata allestita una postazione per gli hairstylist di Shark Beauty. Gli ospiti vengono chiamati uno dopo l’altro. Io arrivo con un’idea precisa dell’acconciatura che vorrei, pensando all’abito. La spiego. La hairstylist comincia a lavorare. Solo che non ho uno specchio davanti.
Dopo un po’ inizio ad avere la sensazione che il risultato stia andando in una direzione diversa da quella che avevo immaginato. Quando finalmente riesco a guardarmi, la conferma arriva subito. No, non era quella. Il problema è che ormai il tempo è quasi finito. Rifare tutto significherebbe saltare la scaletta, rallentare gli altri, rischiare di arrivare tardi. Quindi si procede.
È probabilmente la prima cosa utile che quella giornata insegna: in eventi di questo tipo il controllo è relativo. Puoi preparare tutto, immaginare tutto, organizzare tutto, ma poi qualcosa cambia. E bisogna decidere rapidamente se quel cambiamento è davvero un problema o semplicemente qualcosa di diverso da come lo avevi previsto. Nel frattempo salta anche il trucco con la make-up artist, che non riesce a seguire tutti gli ospiti nei tempi previsti. Quindi di corsa in camera: skincare, crema, make-up fatto in autonomia, abito, gioielli, scarpe. Ultimo sguardo allo specchio e si riparte.
Il Lido e l’imbarcadero dei non-vip
Questa volta il taxi boat ci porta al Lido. Nella mia testa avevo già immaginato l’arrivo: motoscafo, imbarcadero principale, ingresso. Il taxi invece supera il pontile più vicino al Palazzo del Cinema e continua. Scendiamo a quello accanto. Giusto così. Noi siamo i NIP, non i VIP. A Venezia la distinzione si capisce in fretta. Ci sono talent, cast, delegazioni, ospiti, stampa, sponsor, pubblico. Percorsi e tempi cambiano a seconda di chi sei e del ruolo che hai quella sera. L’orario del red carpet, poi, non è un appuntamento scolpito nella pietra. Le fasce vengono gestite in funzione delle delegazioni e dei film. I passaggi più importanti si concentrano tra il tardo pomeriggio e la sera, quando arrivano i cast delle première principali. Quella sera, l’8 settembre, c’era molta attesa.
Arrivano Penélope Cruz e Javier Bardem per Bunker. Poi tocca al film di Casey Affleck, Company. A sorpresa arriva anche Ben Affleck, venuto a sostenere il fratello. Ci sono anche i figli di Casey, Indiana e Atticus. Le auto scure arrivano una dopo l’altra. Ogni volta che scende qualcuno di molto atteso, la zona cambia ritmo. I fotografi si preparano, gli addetti si spostano, il pubblico alza i telefoni.
Poi passano altri invitati.
Poi tocca a noi.
E quindi questo sarebbe il red carpet? Dopo settimane di preparazione, viaggio, vestito, scarpe, capelli, trucco, barca e attesa, il tappeto rosso è lì. E dura pochissimo. I fotografi riconoscono immediatamente chi hanno davanti. Sanno distinguere in pochi secondi attori, registi, ambassador, influencer, ospiti e perfetti sconosciuti. Quando arriva una star, scattano in sequenza. Quando arriva una sconosciuta, qualcuno continua, qualcuno abbassa la macchina, qualcuno controlla gli scatti appena fatti.
Un paio di pose.
Qualche fotografia.
Poi: «Next, please».
Fine.
È lì che capisco quanto una fotografia possa dilatare la percezione di quel momento. Guardando il risultato sembra tutto naturale: il corpo nella posizione giusta, lo sguardo nella direzione giusta, la gamba leggermente avanzata. In realtà, se non sei abituata, in quei pochi secondi pensi contemporaneamente a tutto.
Dove guardo?
Sorrido?
Una mano sul fianco o entrambe giù?
Mi giro?
Quanto?
La posa che nelle fotografie sembra casuale è spesso frutto di una pratica molto precisa. Chi frequenta abitualmente i red carpet sa muoversi davanti agli obiettivi. Sa quando fermarsi, come ruotare il corpo, come offrire ai fotografi più inquadrature in pochi istanti. Se lo fai per la prima volta, invece, scopri che persino le mani possono diventare un problema. E poi arriva il «next» a levarti dall’impaccio. Quel tappeto non è fatto per te. È prima di tutto uno spazio promozionale per il cinema e per chi quel film lo ha realizzato. Per noi resta un gioco.
Nel foyer la distanza si accorcia
Una volta superato il tappeto, l’atmosfera cambia. Nel foyer del Palazzo del Cinema attori, registi, produttori, giornalisti e ospiti si mischiano. Ci si saluta, ci si cerca, si chiacchiera. È uno dei momenti più interessanti proprio perché la distanza costruita dal red carpet si riduce improvvisamente. Volti che pochi minuti prima erano separati da transenne, fotografi e auto scure ora sono a pochi passi. Dopo un po’ quasi non ci si fa più caso.
L’atmosfera è rilassata, ma per chi presenta un film la serata ha un peso diverso. Ci sono le recensioni in arrivo, i commenti della stampa, le reazioni in sala e quel discutibile ma inevitabile rituale del conteggio degli applausi e delle standing ovation, che ogni anno diventa quasi una gara parallela al Festival. Noi, invece, scopriamo l’ultimo cambio di programma. La première ufficiale di Company è in Sala Grande alle 21.45. La nostra proiezione è quella delle 22.30 al PalaBiennale. Quindi niente sala con il cast. Pazienza. A quel punto della giornata l’imprevisto è diventato praticamente parte del programma.
Brooke Logan, Alessandro Borghi e l’ultima corsa
Finito il film, attraversiamo di nuovo la zona del Palazzo del Cinema e ci spostiamo verso la lounge Campari per il party, proprio di fronte al red carpet. Ci mettiamo in fila. Davanti a me c’è Katherine Kelly Lang, per tutti Brooke Logan di Beautiful. Dopo una giornata passata a vedere attori e registi comparire e scomparire da auto, sale, foyer e imbarcaderi, ritrovarsi in coda dietro Brooke Logan è uno di quei dettagli che a Venezia finiscono per sembrare perfettamente normali. Entriamo. Dentro scorgiamo anche Alessandro Borghi. Poi guardiamo l’ora. È quasi mezzanotte, come per Cenerentola anche per noi la festa è finita. La barca non aspetta. Quindi via di nuovo, a passo svelto, con abito lungo e tacchi, verso il nostro imbarcadero. Quello secondario. Naturalmente.
Quello che resta
Sulla barca di ritorno finalmente non c’è più niente da organizzare. Passiamo davanti a San Marco, poi sotto il Ponte dei Sospiri, tra palazzi e calli illuminate. Ed è lì che, a giornata finita, il red carpet torna alle sue dimensioni reali: una manciata di secondi che, per una sera, vale la pena vivere; per il resto, meglio lasciarlo alle star del cinema, ai divi e ai vip, che su quel tappeto ci lavorano davvero.