Il Leone d’Oro va, a sorpresa, al danese Woman Unknown della regista May el-Toukhy. John Malkovich vince la coppa Volpi come miglior attore per Wild horse nine, il documentario sullo sterminio perpetrato dagli israeliani contro gli abitanti di Gaza vince un Leone Speciale, ma soprattutto l’Italia con cinque film in Concorso rimane totalmente a bocca asciutta.
Capita tra i canaletti umidicci del Lido. Una specie di pantano vietnamita per RaiCinema. Niente a Moretti. Niente a De Angelis, a Strippoli, a Bechis e a Pallaoro. Una debacle che dopo i zero tituli in Concorso a Cannes e a Berlino, ricorderemo per un bel pezzo. Verdetto quantomeno inatteso, leggermente schizoide, smaccatamente e sinceramente al femminile. Tanto che May el-Toukhy è l’unica regista donna tra i ventuno colleghi in gara. I maschietti li ha messi tutti in fila con Woman Unknown, film ambientato appena dopo la fine dell’occupazione nazista in Danimarca con protagonista una giovane governante che prova a sopravvivere accoppiandosi con il ricco industriale per cui lavora, subendo angherie e sospetti da ogni tipo di uomo, nonché il vilipendio e la violenza continua maschile verso il proprio corpo. Un film duro e cupo (qui la recensione) che regala alla sua interprete, la 30enne danese Mathilde Arcel, la coppa Volpi come miglior attrice.
È invece il veterano Johm Malkovich – assente alla cerimonia di premiazione, ma presente con un messaggio video – a portarsi negli Stati Uniti la coppa Volpi per il miglior attore per la sua interpretazione stratosferica in Wild Horse Nine di un agente della CIA malato terminale che spiffera ai quattro venti ogni segreto di stato nel suo viaggio finale sull’Isola di Pasqua con un collega. Film clamoroso che meritava qualcosina di più visto che a quanto pare le deroghe al regolamento (non si dovrebbe premiare lo stesso film due volte) da stasera sono consentite.
Il grande deluso è forse il coreano Lee Chang-dong che con Possible Love sembrava finalmente un Leone d’Oro (l’ultimo e unico coreano – Kom ki-duk ha vinto a Venezia nel 2012 con Pietà), ma conquista soltanto il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria. Il film di Lee è stato definito da molti critici come un Parasite venuto bene. Toccherà però vederlo su Netflix, perché uscirà ai primi di novembre solo li e non in sala. Un trionfo è invece quello del regista russo Ilya Khrzhanovsky che con lo stratosferico e magniloquente DAU (2000 comparse, vent’anni di produzione, per dire) vince il leone per la miglior regia e dedica la sua vittoria agli “ucraini che stanno combattendo la guerra per la loro libertà, pace e vittoria”. Sul fondo del palmares troviamo addirittura due tracce di Francia (avevano tre film in Concorso ndr): la prima è la miglior sceneggiatura a Stephanè Brizé per Un bon petit soldat che ha come protagonista Alba Rohrwacher e il premio Mastroianni all’attrice Malou Khebazi per 15/18 una riedizione di Qualcuno volò sul nido del cuculo adolescenziale nella Francia di oggi.
Teniamo per ultimo Naza, premio speciale della giuria. Un contentino, si dirà. Ed è quello che poteva e doveva avere, nonostante i 25 minuti di applausi (ma chi li ha mai contati? santa miseria!), visto che siamo una mezza spanna sopra un buon reportage d’inchiesta. Yuval Abraham, che con Rachel Szor a diretto il film ha ricordato che quello che si vede in Naza – l’intelligence che con la AI rintraccia segnali telefonici e programma la distruzione degli edifici di Gaza ammazzando migliaia di innocenti – “è tutto vero”. “Non è stato facile essere qui. In Israele senza che nessuno abbia visto il film ci stanno attaccando da una settimana. La verità è che, invece, negli ultimi dieci giorni Israele ha ucciso sei bambini”.