Cinema

L’atomica, Stalin e il delirio della Storia: DAU, il kolossal visionario che porta il terrore sovietico nel cuore del Concorso di Venezia

Il kolossal di Ilya Khrzhanovsky sulla vita del fisico Lev Landau attraversa quarant’anni di Unione Sovietica tra folle sterminate, repressione, esperimenti e una seconda parte claustrofobica. Oltre tre ore di cinema visionario e debordante.

di Davide Turrini
L’atomica, Stalin e il delirio della Storia: DAU, il kolossal visionario che porta il terrore sovietico nel cuore del Concorso di Venezia

Oppenheimer chi? L’unico vero kolossal sull’invenzione (e qui non nel suo uso) dell’atomica è in Concorso a Venezia 83. S’intitola DAU ed è diretto dal regista russo Ilya Khrzhanovsky. Un film-fiume – tre ore e quindici minuti, più un intervallo/intermission con countdown di 15 minuti – che attraversa la vita del fisico sovietico, premio Nobel nel 1962, Lev Landau (interpretato con istrionica esuberanza da Teodor Currentzis), ma ancora di più si immerge, si sporca, s’insozza nel post-rivoluzione russa e nel lungo periodo staliniano, tra il 1928 e il 1968, attraversando Leningrado, Kharkiv, Mosca e chissà quali set produttivi sperduti e incontrollabili (si parla di qualche repubblica ex sovietica) per le magniloquenti scene di massa.

Già, perché DAU ha un primo tempo in cui letteralmente ci si può, e ci si deve, perdere nelle lunghe sequenze di esterni: strade, piazze, ponti zeppi di comparse con mille costumi differenti, tram con fili elettrici che scintillano, cani veri e finti, topolini, biciclette, pezzi di carta, legno, stracci che volano, s’incendiano, si schiacciano a perdita d’occhio. Modalità di rappresentazione alla Sergio Leone, insomma, che non solo accompagnano Dau, il protagonista, come un puntino in mezzo alla folla, ma rendono la gente in strada – per capire: in una sola inquadratura ci saranno anche 500 persone – in mezzo al fango, alla terra, alla melma, protagonista di un’epoca storica in cui è la massa a diventare, a sua volta, protagonista della storia.

Dau studia prima nel dipartimento di fisica dell’Università di Stalingrado, poi negli anni Trenta sarà appunto in Ucraina, dove insegnerà all’Istituto di fisica, e infine negli anni Quaranta e Cinquanta in un istituto segreto di Mosca, dove si compiono esperimenti su uomini e bestie e si sviluppano armi per la difesa sovietica. La prima parte è qualcosa di letteralmente inafferrabile: un profluvio di momenti di massa, esterni e interni – uno zoo, una festa in maschera alla Babylon, lezioni universitarie iperaffollate, riunioni tra burocrati e scienziati con gli attori stipati sui tavoli – che strabordano di dettagli, stacchi, movimenti di macchina e spesso confluiscono in una sorta di flusso compresso di frammenti passati, presenti e futuri della vita del protagonista.

E badate bene: se Dau si scopre un erotomane, oltretutto impotente, è invece nel sistema dei processi del popolo e dei sospetti statali su ogni singolo fisico che l’uomo sembra, a ogni angolo, incastrarsi. Tanto da fuggire proprio da quella Kharkiv invivibile, già prodromica, con arresti, torture ed eliminazioni, delle celebri purghe staliniane. Del resto, c’è sempre qualcuno che, nell’incedere del racconto, ricorda a Dau che c’è “un’indagine aperta su di lui mai chiusa”. E qui ci si conceda una digressione illustrativa per capire di cosa è straordinariamente fatto DAU. Per mostrare la fuga notturna in treno del protagonista, Khrzhanovsky non solo crea il solito pantano stradale con centinaia di comparse che vogliono salire disperatamente sul treno, ma sullo sfondo costruisce un’enorme torre babelica, totalmente allegorica, dove decine di persone si arrampicano con corde verso un tetto in fiamme.

La seconda parte, invece, è una sorta di improvvisa decelerazione, anzi di autentica stasi. Niente più masse brulicanti, ma singoli – Dau con la moglie, il figlio handicappato, le amanti consentite, i colleghi perseguitati, i testimoni costretti a tradire e a inventarsi accuse per salvarsi – in stanze anguste e prive di grossi fronzoli scenografici. DAU si comprime attorno al “periodo del terrore”, il sistematico uso delle delazioni indotte dalle autorità di polizia per tenere nella paura chiunque. Il risultato finale subisce comunque questo sbalzo compositivo, ma non arretra rispetto all’eccentricità dell’opera.

Perché la critica feroce all’epoca sovietica non è solo un pretesto per una resa visiva esasperata, ma scorre anche attorno al minimalismo dell’integrità etica e dell’ambiguità morale di Dau: cappotto e palloncino rosso come simboli di purezza, non proprio esempio della buona famiglia proletaria, ma cocciuto nel non voler piegare i lumi della (cono)scienza ai fini distruttivi della guerra. DAU è un progetto dalla gestazione produttiva lunghissima (c’è del girato del 2008, del 2011 e del 2024) e si è sviluppato in altre puntate seriali precedenti che Khrzhanovsky aveva venduto su un sito online nell’epoca pre-Covid. Carlo Rovelli appare fugacemente per una lezione di fisica in mezzo a decine di comparse accademiche.

Speriamo, ma temiamo il contrario, che molti degli animali presenti nel film non siano stati maltrattati e uccisi solo per il gusto di ritrovarne pezzi in scena.

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