Difendere Digger di Alejandro Gonzalez Inarritu dai grondanti fischi è dai “buu” che si sentono in queste ore è sì un doveroso esercizio retorico, ma anche sinceramente morale. Stavolta va così. Niente stroncatura. Anzi. Digger ci è piaciuto e non poco, prima di tutto partendo dalla fine, appena prima e durante i titoli di coda. Ennesimo disvelamento (forse quello definitivo) delle almeno quattro soglie di rappresentazione e di senso che questo incredibile eco-apocalittico kolossal (125 milioni di dollari di budget, ricordiamolo) propone nella sua acuta, osmotica, sardonica messa in scena. Intanto, così a occhio per un’artista politicamente progressista come il messicano Inarritu la questione del cambiamento climatico deve essere stata mentalmente una bella botta. Pur ridacchiando, sfottendo e facendoci specchiare, per due ore di film, del/nel putrefatto capitalismo americano/globale, la paura di un’apocalisse acquatica ed energetica è qualcosa di perentoriamente inevitabile.
Dall’incubo surreale di una epocale inondazione terrestre dovuta all’ennesima criminale negligenza da profitto industriale, nonostante le diverse porte che il drammaturgo/autore Inarritu apre per tentare di sfondare la quarta parete di un cinema teatro dell’assurdo, non ne usciremo fisicamente e psicologicamente mai più. Scava scava, insomma, come da gesto simbolico del protagonista petroliere Digger Rockwell (Tom Cruise, sublime strafottente mattatore con la panza) con quella pala antica usata dal nonno cercatore di ricchezze, ma la via d’uscita per la sopravvivenza non è più rintracciabile. Inarritu pesca stille ansiogene dall’incombente inevitabilità della fine da Melancholia di Von Trier e tragicomiche inquietudini dall’estetica cinerea (visi impalliditi scavati dal trucco, grigiore pittorico diffuso) di Roy Andersson per affrescare una dimensione grottesca e burattinesca del potere degenerata tanto quanto il suo controcampo in scena (la folla inferocita nel film) e lo scavalcamento di campo (lo spettatore in sala). Nel mostrare il risveglio principesco di Rockwell, gatto animatronico moribondo che gli piscia nel letto, stivaloni texani e mazza da baseball U.S.A., servi e servizi piegati al volere del capo, Inarritu entra nel racconto dell’eco-apocalisse attraverso una maschera calcata (Cruise ha 60 anni e si trucca da un uomo più o meno della stessa età!), quella del multimiliardario che agisce consapevolmente da assassino trivellando, tra le mille branche industriali che gestisce, mezza Antartide.
Da lì si stacca un iceberg enorme (dieci volte Boston) che non solo provoca inondazioni che travolgono mezza Europa, ma che punta dritto verso l’impatto contro l’Alaska. In stretta collaborazione con un presidente americano divorato dal cancro anale (John Goodman), un vice presidente cagasotto e il classico generalone militare alla Stranamore, contribuirà a bombardare l’iceberg per disperderlo in mille pezzi. La sinossi fa difetto alla stratificazione narrativa del film, perché Inarritu, come già in Birdman e Bardo, offre la possibilità costante e continua alla finzione del racconto di sfogare la sua pesantezza grottesca, prima mostrando l’ipotesi che si tratti del set di un film, poi che si tratti addirittura di una produzione teatrale (Follie fossili, si intitola), con tanto di brulicare di maestranze artistiche e tecniche.
Solo che davanti e dietro la macchina da presa le dinamiche di potere, controllo, prevaricazione non solo si intersecano (il nipote del vero Rockwell produce lo spettacolo sul nonno fittizio) ma spesso sono identiche (i problemi che Digger ha con la figlia sono come quelli che ha con la figlia l’attore che lo interpreta). Così tra quadri d’insieme babelicamente brugheliani, piani sequenza non così invasivi e marcati coma da tradizione Inarritu, e con il tipico abbassamento alla Quarto potere della macchina da presa come a creare grandangoli dal basso verso l’alto, Digger risulta un compatto potente magma satirico clamorosamente e felicemente in equilibrio, scomponibile e ricomponibile ad ogni angolo e segreto di visione (osservate il realismo del mare…), già dentro l’irreversibile fine del mondo. Girato interamente negli Pinewood studios londinesi. Fosse finito ad aprire un festival (la Warner ha evitato Venezia, Telluride, Toronto, ecc…) sarebbe vissuto tra i pernacchi nemmeno 24 ore. Puntando sull’uscita secca in sala qualche martire a sacrificarsi per la sua giusta causa lo troverà sicuro.