Quel pasticciaccio brutto del Bunker di Florian Zeller. Il passo falso del Concorso di Venezia 83 è servito. La coppia alto borghese che scoppia, mentre il mondo degli ultraricchi e dei miserabili si imbarbarisce e affonda, sembra un soggetto da Terzo segreto di satira con al centro gli elettori di un partito di sinistra. E, sia chiaro, non ci siamo andati molto lontani. Miguel (Javier Bardem) è un architetto spagnolo di fama internazionale che si è trasferito in una bella dimora londinese assieme alle due figlie e alla moglie Sofia (Penelope Cruz), editor di narrativa straniera in una importante casa editrice, per dedicarsi a progetti più solidaristici (sta lavorando alla progettazione di un ospedale).
La vita scorre con apparente equilibrio e serenità, tra vernissage di arte contemporanea perfino derisa e eleganti interviste TV, fino a quando le martellate di un muratore non irrompono nella quiete del giardino della casa dei protagonisti. Un vicino piuttosto rude, tatuato e working class ha chiesto alla manovalanza di fare un buco nel muro di cinta confinante, per avere più luce nel garage. La querelle tra vicini, tra minacce e avvocati, è questione di pochi istanti. Miguel mette nel mirino il vicino prepotente, cambia l’allarme di casa, si insospettisce quando scompare il gatto, ma la vera svolta arriva quando uno sfondato miliardario californiano (Paul Dano in collegamento Zoom, una specie di fotocopia di Zuckerberg) chiede allo studio di Miguel di creargli un bunker sottoterra alle Hawaii.
La contropartita è una marea di soldi. Miguel tentenna, mentre Sofia, attratta da un giovane scrittore statunitense che la sua casa editrice sta lanciando in Europa, si oppone alle tentazioni economiche che attraggono il marito, provocando una lite coniugale che sfocerà in una notte turbolenta e rivelatrice. Giocato su una quantità esagerata di abbozzati piani etico-morali, sociali, sentimentali, familiari (la bimba che sta sempre su Internet, bah), a loro volta registicamente gestiti con un piattume formale che scambia la staticità per raffinatezza, Bunker è primariamente una virtuosa prova d’attori appoggiata ad un testo dalla scansione temporale e dalla fattura drammaturgica programmaticamente teatrale che non riceve ossigeno dagli strumenti del cinema.
Certo, Zeller ha sempre preferito circoscrivere gli ambienti/set dove dipanare i propri racconti (pensate a The Father o The Son), ma qui è proprio il set casa, nella sua zoppicante ricostruzione spaziale interna e nella sua ostruttiva e ridondante visione dall’esterno, a non riuscire a diventare mai per un istante quel bunker casalingo primario (l’altro alle Hawaii ovviamente non vi diciamo se verrà fatto) continuamente richiamato nelle scelte di Miguel. Ne esce, appunto, giusto un esiguo dramma familiare, che mantiene quell’altezzosità e ipocrisia borghese (i ragionamenti sul futuro con metaforiche finestre aperte è da sbellicarsi), nient’affatto criticata, anzi, scalfita invece dall’imprevisto del mondo con le sue basse urgenze che bussa… al muro.
Bardem forse un gradino più in alto della Cruz, anche se pure per loro abbiamo visto prove e tempi migliori.