Ilva, da Chigi al tribunale di Milano: le 24 ore di fuoco per la crisi dell’acciaieria
Il conto alla rovescia verso la fine dell’Ilva entra in una due giorni delicata, uno snodo importante per comprendere se e quale futuro avrà l’acciaieria di Taranto e, con essa, un intero comparto industriale italiano. Tutto si gioca sull’asse Roma-Milano tra oggi e domani, mercoledì 9 settembre. Ventiquattr’ore di fuoco. Si inizia nel pomeriggio con il tavolo convocato dal governo a Palazzo Chigi prima con enti locali e associazioni datoriali, poi con i sindacati sulla vendita del complesso aziendale ora in amministrazione straordinaria. Domani, invece, alle 14.30 è fissata l’udienza davanti alla Corte d’Appello di Milano per discutere l’istanza di sospensiva di spegnimento dell’area a caldo entro il 26 ottobre, ordinata dalla stessa magistratura lombarda. Due vicende che, ovviamente, si intrecciano.
A che punto è la vendita dell’Ilva
Anche per questo i metalmeccanici di Fim, Fiom, Uilm e Usb temono che il faccia al faccia con il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministeri competenti si concluda con un nulla di fatto. In teoria, governo e commissari di Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietaria e gestore degli impianti, dovrebbero accelerare l’iter di vendita che si trascina da due anni, chiarendo qual è la scelta fatta e se intendono supportare gli investimenti privati con un intervento di qualche agenzia pubblica. Attualmente in campo sono rimaste le manifestazioni di interesse della cordata di imprenditori italiani legati a Federacciai, l’indiana Jindal e, più defilata, l’americana Flacks. Ma cosa potrà mai dire il governo – è il timore tra le sigle – alla vigilia di un’udienza che definirà l’assetto degli stessi impianti?
Mercoledì udienza sulla chiusura dell’area a caldo
Il riferimento è all’udienza di mercoledì davanti alla Corte d’Appello di Milano per discutere con urgenza la richiesta di Ilva e Acciaierie di sospendere il decreto dei magistrati milanesi che, a fine luglio, hanno imposto lo stop all’area a caldo per l’indeterminatezza di alcune norme dell’Autorità integrata ambientale e la presenza di 2mila tonnellate di amianto negli altoforni. Le società hanno chiesto di cancellare quell’ordine in attesa della pronuncia della Cassazione, davanti alla quale hanno ricorso chiedendo di cassare il decreto. Sospendere l’area a caldo sostengono, in sintesi, vorrebbe dire spegnere l’Ilva per sempre creando, oltretutto, un grave danno occupazionale e alla struttura industriale italiana. I commissari hanno anche spiegato che una decisione dovrà essere presa entro il 16 settembre perché quel giorno è fissato l’avvio dello spegnimento del primo altoforno, un’operazione definita un “punto di non ritorno”.
Ipotesi di un “Piano ponte” e rischio di più Cigs
Alla luce di questo scenario incerto sull’assetto della futura Ilva – con o senza area a caldo – nell’incontro con i sindacati è altamente probabile che il governo rinvii qualsiasi decisione sulla cessione, spiegando che tutto dipenderà dalla pronuncia dei giudici. Allo stesso tempo, in previsione di una possibile conferma della chiusura e visti i tempi ormai strettissimi, c’è anche chi si aspetta un alert sulla possibilità di un vasto allargamento della cassa integrazione, ora autorizzata per 4.400 lavoratori, se la magistratura dovesse confermare lo stop all’area a caldo, il cuore produttivo di Taranto nei cui reparti sono occupati buona parte dei dipendenti. In ballo ci sarebbe anche la possibilità di un “Piano ponte” in attesa della definizione della gara e della vicenda in tribunale: sarebbe già partita la caccia ai fondi necessari per tenere in vita gli impianti nelle prossime settimane, alla luce anche dei paletti posti dalla Commissione Europea che aveva posto la vendita come condizione al prestito da oltre 400 milioni. Quei soldi sono invece praticamente esauriti e l’acciaieria non passerà di mano a breve, con o senza altoforni e cokerie accese.
La preoccupazione dei sindacati per Taranto
“Palazzo Chigi non può venirci a dire che dipende sempre da altri. È uno scarica barile continuo che va a pesare sui lavoratori. È il governo che ci deve dire cosa vuole fare”, ha avvisato il segretario generale della Uilm, Davide Sperti. “Non vogliamo sederci ad un tavolo per essere aggiornati. Abbiamo necessità di fermare i licenziamenti e discutere le proposte del piano straordinario che abbiamo presentato”, ha detto il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom Cgil Loris Scarpa. “Vogliamo capire dal governo e da Giorgia Meloni cosa vuol dire interessarsi di Ilva. Perché se significa fornirci il cronoprogramma della chiusura dell’area a caldo, per noi significa andare verso uno scontro imminente”, ha affermato invece il leader della Fim-Cisl Ferdinando Uliano parlando di una situazione “insostenibile sul piano sociale”. Un riferimento alla prima mazzata già piovuta su Taranto: l’apertura della procedura di licenziamento collettivo avviata da 28 aziende dell’indotto nei confronti di oltre 2.500 dipendenti.