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Federacciai con 14 imprese del comparto presenta la manifestazione d’interesse per l’ex Ilva senza gli altiforni

La "cordata italiana" in campo per gli impianti esclusi dallo stop giudiziario. Il progetto salverebbe solo i laminatoi, non il ciclo integrale dell’acciaio
Federacciai con 14 imprese del comparto presenta la manifestazione d’interesse per l’ex Ilva senza gli altiforni
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La Federazione delle imprese siderurgiche italiane ha presentato, come preannunciato nei giorni scorsi, una manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex Ilva alternativa a quella dell’indiana Jindal. A sottoscriverla anche 14 aziende associate: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel. La “cordata italiana” per l’ex Ilva prende forma, ma lo fa mentre la fine dell’acciaieria a ciclo integrale è già segnata. Perché il cuore della produzione, l’area a caldo di Taranto, è destinata a chiudere per decisione dei giudici che hanno preso atto delle carenze dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) e della mancanza di indicazioni chiare sullo smaltimento dei 2mila chili di amianto presenti negli impianti.

L’obiettivo della proposta coordinata da Federacciai è quello di garantire la continuità produttiva della parte dell’impianto che va dai laminatoi alle lavorazioni finali e l’approvvigionamento di acciai laminati a diversi comparti industriali italiani. L’interesse è per “tutto quello che viene a valle delle bramme, compresi i laminatoi a caldo, non gli altiforni e le acciaierie a colata continua, di cui non vogliamo sapere nulla”, aveva spiegato a Repubblica il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi. Una trasformazione che ridurrà in maniera sostanziale il perimetro industriale e occupazionale rispetto all’Ilva storica. Del resto anche il piano di Jindal era fin dall’inizio quello di costruire una mini-Ilva senza ciclo integrale, imperniata sulla laminazione dell’acciaio con massimo 3-4mila occupati, meno di metà di quelli attuali.

La Corte d’Appello di Milano, il 27 luglio, ha confermato lo stop disposto in primo grado dal Tribunale di Milano sulle attività dell’area a caldo fissando un termine di 90 giorni per la chiusura. Il governo ha incaricato i commissari di ricorrere in Cassazione, puntando soprattutto a ottenere una sospensione degli effetti della decisione in attesa del giudizio definitivo. Ma la mossa è disperata. Per questo nel frattempo l’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia e il governo hanno impostato i tavoli per gestire l’Ilva da novembre in assenza degli altoforni. I ministri competenti in materia dovrebbero a breve riconvocare le parti per spiegare quale strada hanno deciso di seguire.

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